Lo sviluppo di una scena musicale, in maniera molto simile a quello di una nuova specie, segue un percorso di cui è facile riconoscere almeno 4 tappe:

  • Fase 0: lo status quo prospera sereno e ben consolidato sul mercato;
  • Fase 1: uno o più artisti migrano al di fuori dello status quo;
  • Fase 2: sulla base di un terreno comune di influenze e obiettivi altri artisti migrano al di fuori dello status quo per aggregarsi agli “artisti pionieri”;
  • Fase 3: la scena alternativa allo status quo si consolida e acquisisce nuove influenze da altri esuli dello status quo ampliando i propri orizzonti artistici e differenziandosi;
  • Fase 4: la scena alternativa diventa, a sua volta, lo status quo.

Quando si cerca di analizzare una qualsiasi forma di sottocultura è quindi bene partire da un presupposto: dal momento in cui ci siamo accorti della sua esistenza questa ha già assorbito una quantità tale di mutazioni da conservare solo una vaga reminescenza della sua forma originale. In pratica, l’evoluzione ci vede sempre, irrimediabilmente, in ritardo.

Insieme al dubstep, il grime rappresenta senza dubbio il prodotto culturale londinese più autentico degli ultimi 40 anni. Il Mercury Prize a Konnichiwa di Skepta e l’ottimo Godfather di Wiley ci avevano già convinto della solidità del ritorno del grime, a 13 anni da Boy in da Corner di Dizzee Rascal (passato nel giro di pochi anni da indiscusso uomo copertina di East London a quintessenza dello sputtanamento), sulla scena internazionale.

Un trionfo della vecchia guardia, quindi? Nopety nope.

Pur essendo ancora ragionevolmente lontani dal giorno in cui H&M stamperà felpe con il logo di Boy Better Know (mi senti Stoccolma?), le stats di Gang Signs & Prayer, disco d’esordio del classe ’93 Stormzy, al secolo Michael Omari, parlano chiaro: uscito il 24 Febbraio per #Merky Records (ma distribuito da Warner), in una settimana ha occupato con ogni singola traccia la Top 50 di Spotify.

Insomma, non prendiamoci in giro: il grime oggi è lo status quo.

Se in un universo parallelo esistesse un Gramellini intento a scrivere un editoriale sulla rinnovata giovinezza del grime, probabilmente il succo del discorso coinciderebbe con un qualche melenso tentativo di trasformare la storia di una sottocultura legata ad un contesto urbano piuttosto definito, un microcosmo fatto di tower blocks, linee di autobus e scuole pomeridiane disteso tra Bow E3 e Canary Wharf (“That’s like our Statue of Liberty!”), in una commovente parabola di integrazione. Purtroppo per il Gramellini immaginario (che vive nascosto nel cuore di ogni giornalista), le cose non stanno così. Per parlare di integrazione bisognerebbe avere un passato mentre nel 2002 il grime si schianta addosso al presente senza il minimo interesse per la nostalgia.

Pur muovendosi sulla stessa Aufbau ereditata dai giorni di gloria del turntablism e dallo speed garage e crescendo come devoti seguaci di crew come Pay As U Go, Shanks & Bigfoot, o Heartless Crew, gente come Rapid e Dirty Danger, corpo e anima dei Ruff Sqwad, non ha però mai condiviso il culto per la mitologia rave di gruppi coetanei come i The Streets di Mike Skinner che con Original Pirate Material hanno tracciato le linee guida della rave nostalgia a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, culminata col successo debordante di In Colour di Jamie xx.

Adolescenti in cerca di un computer per fare i compiti (prendetevi due minuti per riflettere sul lato estremamente vintage di tutto ciò), Dirty e Rapid scoprono le gioie di Fruity Loops 3 e decidono che un paio di white labels e una gita in autobus fino a Tottenham sono tutto quello che serve per gettare le basi del futuro. Il risultato è un ordigno grezzo, metallo gelido (non a caso si guadagnerò anche l’appellativo di Eskimo Sound) che si arroventa in un attimo proprio come gli harddrive che mesi dopo mesi si accumulano negli studi di stazioni radio pirata come Flava, Heat, o Deja Vu FM.

In una Londra parallela a quella dei weekend dei turisti, dove l’appartenenza ad un neighbourhood ti si legge in faccia, un’inedita sinergia tra le crew riesce in pochissimo tempo a riplasmare il suono della City. Nasty, Meridian, Boyz in Da Hood, Roll Deep: nella foresta dei pugnali volanti dei collettivi quelli che sopravvivono lo fanno spesso stringendo alleanze. Skepta e JME (sul contribuito dei tre fratelli Adenuga alla scena musicale londinese andrebbe scritto un pezzo a parte, pre brevità mi limiterò a ringraziare di cuore mamma Adenuga) insieme a D Double E, Durrty Goodz e Riko, Dizzee e Wiley. Quest’ultimo sodalizio in particolare, pur finendo malissimo, regalerà quello che rimarrà probabilmente, al di là del successo commerciale, il disco chiave di un’intera stagione del grime, Boy in da Corner.

Pur mantenendo tutti gli elementi tipici del genere, Boy in da Corner è un disco che segna un punto di svolta non solo a livello commerciale, ma soprattutto per quella che diventerà la forma mentis dell’ hip hop britannico. Fotografando con estrema lucidità la spacconeria forzata e la solitudine della sua generazione, Dizzee conduce per la prima volta il grime nei territori confidenziali del concept album e quello che fino ad allora era stato un bozzetto di inside jokes, scazzi, e linguaggi in codice si trasforma in uno strumento letterario a tutti gli effetti, basti pensare alla sua recente ibridazione con la slam poetry sperimentata in Everybody Down di Kate Tempest (non a caso uscito per l’etichetta Big Dada).

Probabilmente quello che una volta era a London thing era già pronto da tempo a diventare a personal thing e a conquistare la ribalta internazionale ma forse questo da solo non basta a spiegare il successo di Stormzy.

Nei silenziosi anni di interregno tra la prima clamorosa ondata del grime e il suo recente ritorno alla ribalta il testimone è andato molto vicino dal passare di mano a parecchi pretendenti di belle speranze, e se con gente come Tinie Tempah, Maxsta, Bugzy Malone, o Novelist avevamo avuto la sensazione di esserci quasi, il successo di Skepta con Konnichiwa ci aveva quasi convinto della bontà di una scelta conservativa. Eppure, Gang Signs & Prayer è un disco che pur viaggiando su un binario lontano anni luce da Konnichiwa, finisce per coronare idealmente una rivoluzione iniziata proprio dalla Boy Better Know di Skepta: se la BBK ha avuto il coraggio di aprirsi al mondo e accogliere nel roster uno come Drake e di proporsi come influencer dello status quo, Stormzy fa un passo in più e diventa lui stesso Drake: il grime come piattaforma, l’R’n’B di stampo globale come linguaggio.

Ben lungi dall’essere banale, il disco d’esordio di Stormzy è una miscela esperta (sorprendentemente esperta per un ragazzo di soli 23 anni) di confessioni a cuore aperto e smoochie ballads che si affaccia in territorio Eski quel poco che basta a ricordarci che è lo stesso Michael Omari di Shut Up (dove non a caso aleggia lo spirito della Storia nel sample di Functions on the Low dei Ruff Sqwad).

Aperte le danze con la brag di rito, First Things First (“They hate me on the sly/But I bet you if I died, you would see em at my night night (Fake youts)/They’re asking if I’m real, I’m real enough/Still got a couple killers in the cut ”), Stormzy pone immediatamente l’accento sul suo approccio molto più sincero e apertamente vulnerabile alle logiche tradizionali del dissing: “Dark times, niggas dying in recession/You was fighting with your girl when I was fighting my depression, wait”.

Quiet Stormzy sa esattamente come darti del coglione senza sbatterti il Rolex in faccia.

Nei suoi momenti più onesti, si avverte infatti la consapevolezza di trovarsi di fronte a un disco di grande potenza catartica. Il rapporto tenero e altalenante con la mamma che viene fuori da 100 Bags (qualcuno ha detto Frank Ocean?) si scarica del peso di tutte le promesse non mantenute con quella di un futuro finalmente libero di essere frivolo “Ghanaian queen, let ’em know that you’re back/’Cause mummy ain’t never seen a hundred bags/Now I’m like ‘Mum, buy a hundred bags’”.

Certo, non si può dire che in Gang Signs manchino delle vere e proprie bangers vecchia maniera, da Big for Your Boots a Mr Skeng, dalla rascaliana Mr Rucksack fino alla già citata Shut Up. E’ lampante tuttavia come il valore aggiunto di Stormzy si faccia tangibile soprattutto nei momenti in cui è libero di dare ossigeno alle sue aspirazioni da crooner. Dal pitchato carezzevole di Velvet (dove flirta con la sempre cara NAO), al gospel puro e semplice del dittico Blinded by your Grace, Gang Signs strizza l’occhio all’RnB “terapeutico” dei nuovi guru del genere come Sampha e Chance the Rapper con risultati che vanno dall’apprezzabile, come in 21 Gun Salute, prodotta insieme a un turnista fidato della piacioneria come Wretch 32, fino allo strepitoso, come in Cigarettes & Cush (dove insieme a Kehlani ci fa sospirare forte come non accadeva dai tempi in cui l’R’n’B s’ascoltava col walkman appeso ai jeans).

Con le spalle al muro e (virtualmente) indifferente ai numeri, il futuro di Stormzy somiglia a una battaglia solitaria. La Londra delle radio pirata e degli youth center d’altronde è un ricordo che non gli appartiene e sarebbe illogico pretendere di trovare in un ragazzo di 23 anni lo spirito di una città che gli affitti e le speculazioni hanno trasformato nel parcheggio di scambio delle aspirazioni di una generazione. Per uno come Stormzy, che conosce fin troppo bene da dove viene per decidere dove andare, il grime è solo il punto di partenza.