Se si parla di narrativa, scade nell’ovvio affermare che si sta implicitamente parlando di storie. Quanto ovvio o scontato sia in effetti, però, non saprei stabilirlo. Da un lato, una storia intesa in senso lato come comunicazione di un significato, è presente in qualunque opera artistica, a prescindere dal medium utilizzato. Dall’altro lato, avere una storia da raccontare non significa necessariamente saperla raccontare (come ci spiega Karl  Ove Knausgårad ne La morte del padre quando, aspirante scrittore, scopre di saper mettere insieme una serie di significati, ma di non essere in frado di comunicarli).

Restando in ambito di narrativa, si trovano poi certe opere – e certi autori – che sembrano racchiudere l’essenza stessa di storia. Uno di questi è Bernard Malamud.

Americano di origini ebraiche, vincitore del National Book Award e di numerosi altri premi letterari, Malamud è considerato uno dei capisaldi della letteratura americana del XX secolo. La sua importanza culturale l’ha reso uno di quegli autori che è praticamente d’obbligo studiare o insegnare nei corsi di narrativa. Il che non è di per sé un male, ma in quest’ambito si corre a mio avviso un rischio rilevante: affrontare l’autore da un punto di vista prettamente accademico, perdendosi nella tecnica e perdendosi, molto banalmente, la magia di una storia.

Il barile magico (Minimum Fax, 2011) è una raccolta di racconti scritti tra il 1950 e il 1958, che valse a Malamud il già citato National Book Award. Alle basi dei racconti ci sono le origini ebraiche dell’autore, la cui consapevolezza fu accresciuta in tal senso dallo smascheramento degli orrori della Shoah nell’America postbellica. I protagonisti dei racconti sono immigrati, emarginati, poveri. Lottano contro le proprie origini o contro il proprio destino, fuggono da qualcosa e sono alla ricerca di qualcos’altro. Spesso contemporaneamente.

 «È americano?», domandò lei, mischiando piacevolemente l’accento americano con quello inglese.

 «Sì.»

 La ragazzo lo studiò per un intero minuto, e poi chiese con esitazione: «È forse ebreo?»

 Freeman soffocò un gemito. Pur segretamente sconvolto dalla domanda, essa non fu, in un certo senso, inattesa. Eppure non sembrava ebreo, poteva benissimo non esserlo: gli era già capitato.

(Bernard Malamud, La dama del lago)

La dama del lago è un racconto in cui il dualismo ricerca-si presenta in modo magistrale. Henry Levin – Henry R. Freeman è un ebreo autorinnegatosi in quanto tale. La sua fuga dalle proprie origini avrà risvolti tragicomici sulla sua ricerca di un idillio.

Questi personagg, in un modo o nell’altro, perdenti – al punto che il lettore, dopo qualche racconto, smetterà di sperare in un lieto fine per questi personaggi delusi e sconfitti.

Nonostante quello che faticherei a definire altrimenti da pessimismo, le piccole odissee presenti nei racconti sono caratterizzate da un’umanità tragica eppure miracolosamente ironica che, nelle mani di un autore meno capace, scadrebbe nel patetico: ma l’eleganza di Malamud, priva di fronzoli ed eccessi, non fa che esaltare la carica empatica dei suoi personaggi e delle loro vicende.

Manischewitz, un sarto, al suo cinquantunesimo anno di età ebbe a patire molte disgrazie e molte offese. Uomo agiato, nel giro di una notte perse tutto quello che aveva quando il suo laboratorio prese fuoco, e dopo l’esplosione di un recipiente metallico pieno di smacchiatore, bruciò fino alle fondamenta.Sebbene Manischewitz fosse assicurato cotro gli incendi, le cause per danni intentategli da due clienti rimasti feriti tra le fiamme lospogliarono fino all’ultimo centesimo di tutto ciò che aveva riscosso. Quasi contemporaneamente suo figlio, un ragazzo molto promettente, fu ucciso in guerra, e sua figlia, senza neppure una parola di preavviso, sposò un tanghero e sparì con lui come cancellata dalla faccia della terra.

(Bernard Malamud, L’angelo Levine)

Questo paragrafo è solo il primo del racconto L’angelo Levine, ed è un esempio perfetto (riportato anche da Jhumpa Lahiri nella prefazione al libro) della grazie di Malamud nel narrare anche la vicende più tragiche con un distacco ironico paradossalmente mescolato ad una compassione quasi paterna. Il tutto senza, per dirla con parole carveriane, trucchi da quattro soldi.

La semplicità di Malamud porta a quel sentimento di fascinazione che si prova da piccoli ascoltando una fiaba; merito della narrazione semplice eppure mai piatta, sempre evocativa, e della struttura stessa, realisticamente fiabesca dei racconti, i cui protagonisti troveranno sul loro percorso aiutanti ed antagonisti – versioni modernizzate di quelle presenti nel racconto folkloristico; che si tratti di un angelo dalla pelle nera, di un sensale di matrimonio o di una ragazza che vive in un’isola in mezzo ad un lago.

In mezzo a questi personaggi, “vissuti” più di mezzo secolo fa, non fatichiamo a riconoscerci: nel nostro costante stato di ricerca, e nei nostri tentativi di fuga; prevalentemente, da e di noi stessi.

Nicola De Zorzi