Pochi giorni fa, vicino al Barbican Centre di Londra, sono apparsi in un tunnel due murales, di cui Banksy in un secondo momento ha riconosciuto la paternità, sul suo profilo Instagram e sul sito ufficiale.
Entrambe le opere dialogano apertamente con la poetica di Jean-Michel Basquiat, uno dei più importanti esponenti del graffitismo americano, trasposto poi su tela (o qualsiasi altro supporto) trasformandolo in un’arte da gallerie e vernissage.
I due nuovi assalti stencil di Banksy, sempre in prima linea per quanto riguarda una critica lucida e pungente agli irrisolti della società contemporanea, riflettono sull’atteggiamento contraddittorio di questa, al limite del bipolarismo, quando si tratta di rapportarsi alla Street Art.
In un luogo dove le opere dei giovani artisti di strada vengono costantemente tolte di mezzo con un secchio di vernice, in nome del decoro urbano, è stata allestita una mostra (dal 21 settembre 2017 al 28 gennaio 2018) con oltre cento opere di Basquiat in occasione del trentesimo anniversario della sua morte. L’anonimo writer londinese, con l’ironia mordace che lo contraddistingue, sottolinea la palese antinomia, mettendone a nudo il sottotesto per niente confortante: l’arte di strada, per sua natura anarchica, imprevedibile, scomoda, agli occhi delle autorità ha un suo futuro, una sua ragion d’essere, solo se viene imbrigliata, resa docile, controllata, chiusa fra quattro mura rassicuranti, diventando il contrario esatto della sua premessa.

Banksy, sul muro del Barbican centre di Londra
Banksy, sul muro del Barbican centre di Londra

E allora nell’interpretazione di Banksy, il ragazzo con la testa di fuoco (Boy And Dog In A Johnnypump, 1982), gioioso e incontenibile, vestito di colori che esplodono fuori dalle linee, squisitamente primitivo col tribalismo dei lineamenti da idolo afro, non sfugge alle perquisizioni della Polizia Metropolitana londinese. E la corona, cifra stilistica, firma, nonché manifesto, con le sue tre punte, dei capisaldi della personalità dell’artista newyorkese (la poesia, la musica, la boxe), diventa una della tante cabine comode su cui salire, pagando, per gustarsi il sublime panorama della sua genialità, anticipando con una previsione abbastanza lucida, le enormi code di persone che ipotecheranno intere ore di vita, desiderose di farsi un giro sulla giostra remunerativa che porta il titolo Basquiat: Boom for real.

Quietami i pensieri e le mani e in questa veglia pacificami il cuore.
Così vanno le cose, così devono andare.
(C.S.I., Fuochi nella notte di San Giovanni)

Da un lato il tentativo, da parte di alcuni, di contenere e riconvertire (anche in senso monetario) a colpi di piccone, un’energia difficile da controllare, spersonalizzandola completamente, portandola in una condizione di cattività, togliendola dal contesto in cui si è generata.
Dall’altra l’ostinazione di chi, un po’ lupo o un po’ gufo, sceglie di essere fedele ai propri natali e al richiamo dei boschi.
Un tira e molla che, da noi ha portato Blu, lo scorso anno, a cancellare se stesso dai palazzi di Bologna, Clet Abraham a ingaggiare una lotta senza quartiere con la Polizia Municipale di mezza Toscana e AliCé a una condanna penale e una multa di 800 euro per i suoi “atti di vandalismo”.

Banksy, sul muro del Barbican centre di Londra
Banksy, sul muro del Barbican centre di Londra

Tutto per quel problema dell’autenticità.
Del fare della propria vita un’opera d’arte e fare dell’arte la propria ragione di vita. E di scegliere questo preciso, peculiare tipo di espressione creativa, perché libero, svicolato da logiche lucrative e soprattutto alla portata fisica e culturale di tutti.
Con Banksy che coverizza Basquiat, per mantenere accesa la polemica attualissima sulla perdita d’identità della Street Art, cala il sipario sul senso del soprannome Samo, con cui Jean-Michel (Insieme ad Al Diaz) siglava i primi murales: la contrazione dell’espressione Same Old Shit, riferita ai falsi bisogni spirituali di una società in realtà votata al materialismo, di cui egli stesso accettò consapevolmente, da un certo punto in poi della sua vita, le spietate logiche.
Il che non è un peccato, se non fosse per quella cosa scomoda dell’autenticità: in fondo è solo una questione di ruoli e contesti, che non andrebbero mescolati.
La parabola di Basquiat è esemplare, uno come Banksy la conosce bene, ci lotta ogni giorno con quei demoni.

Jean-Michel Basquiat, Boy and Dog in a Johnnypump, 1982.
Jean-Michel Basquiat, Boy and Dog in a Johnnypump, 1982.

Mi viene in mente a tal proposito un pezzo di Underworld di Don De Lillo, che fra l’altro ad un certo punto del libro, descrive un personaggio (un writer) che oggi potrebbe sembrare una sintesi, o forse un compromesso, fra l’artista newyorkese amico di Andy Warhol e della Factory e l’eroe mascherato inglese, che continua a celare la propria identità:

E qual è il rapporto tra Noi e Loro, quanti collegamenti troviamo nel labirinto neurale? Non basta odiare il proprio nemico. Bisogna capire che ciascuno dei due contribuisce alla completezza dell’altro.
(Don De Lillo, Underworld)

 

Alessandro Pagni