Prosegue la marcia di avvicinamento verso il 4 marzo, l’appuntamento elettorale italiano per la costituzione delle nuove Camere. A far preoccupare è il rannuvolamento dell’astensionismo, fenomeno che noi Italiani siamo soliti considerare fisiologico. Stavolta sarebbe bene soffermarsi sul significato di un certo astensionismo: quello giovanile degli under 25, la classe lavoratrice del futuro, i cittadini dell’Italia che verrà. E come verrà?

Stiamo parlando di circa due milioni di cittadini – uno più, uno meno – che rimarranno a casa il giorno delle consultazioni e che con tutta probabilità non saranno neanche interessati al risultato. Passerebbe inosservato se si trattasse di un numero totale di astenuti a un appuntamento così importante, ma così non è: tanti, troppi giovani non vorranno partecipare alla “cosa pubblica” anche senza averci mai provato prima. La politica dell’avvenire, questi ragazzi (gruppo di cui faccio parte, ma non nella non-scelta elettorale), sarebbero dunque quelli che non hanno speranze e non vorranno esprimersi. Preoccupante e comprensibile. Inutili – e troppo facili a volte – conclusioni che stanno sentenziando da anni questa come «la generazione dei fannulloni».

Questa grossa fetta di elettorato compresa tra 18 e i 25 anni – conteggiati dall’Istat – arriva quasi alla metà del totale di questi giovani possessori del diritto di voto. Allarmante. Non a caso, nell’atteso discorsone di fine anno del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è rivolto ai «giovani nati nel 1999 che voteranno per la prima volta» come a richiamare questa fascia di popolazione che viene percepita già perduta. Sensi di colpa generazionali?

Forse non si tratta del disinteresse o dell’ignoranza cavalcante – quantomeno non da soli – e potrebbe esserci molto di più: è mancato un passaggio fondamentale, dai lavoratori vissuti «quando c’erano i concorsi» ai giovani esasperati dal tema della crescita per lo zerovirgola. È mancato l’inserimento in un mercato del lavoro che permette di guardare lontano. Come l’Italia a breve termine delle finanziarie degli ultimi anni.

In altre parole una diffusa miopia della classe politica dell’ultimo ventennio è riuscita a illudere, deludere poi, una grande quantità di ragazzi che si stava avvicinando a una finestra che si rimpicciolisce tutt’ora: l’occupazione. Il doping per migliorare temporaneamente i dati del PIL (o quello per rattoppare un bisogno popolare, guardasi i bonus) e i contratti a tempo determinato non hanno rallegrato chi voleva politiche di prospettiva. Ma noi viviamo nell’emergenza costante e, soprattutto, nei doverosi sacrifici costanti. Ma non deve essere tutto perduto: le statistiche stanno facendo tremare molti. Alcuni si sono lanciati in superpromesse. È la volta della nostra campana?

In questo ventennio è cresciuto l’elettorato – divenuto effettivo in questi anni – figlio di quella generazione del boom italiano. Cosa hanno imparato tutti questi ragazzi? Come affronteranno queste elezioni, le prime per alcuni millennials? Passato il Berlusconismo, contrastato dal “voto contro” che ha contraddistinto l’opposizione, e passato anche il referendum che ha fatto dimettere Matteo Renzi con un ennesimo voto-contro, pare che molti Italiani non sappiano più contro chi votare. Sono finiti i poli. Resta l’appartenenza, il voto di orgoglio che un sistema proporzionale puro riprodurrebbe fedelmente (e dividerebbe all’inverosimile!).

In fondo, è di questo che si tratta: punire qualcuno col voto. È forse questo il più grosso disorientamento davanti il quale si trovano i più giovani: delusione a destra, delusione a sinistra, spauracchio populista e (per alcuni neanche) il segno della croce. In molti non hanno neanche l’interesse a compiere il gesto più facile – rispetto a quello di credere – ovvero sanzionare elettoralmente il politico odiato.

A leggere le rilevazioni, le motivazioni che porteranno in molti all’astensione sono soprattutto la delusione per i partiti e l’«incapacità della politica» di incidere sulla vita dei cittadini. I più informati vedono nella nuova legge elettorale un motivo di fallimento della formazione del prossimo governo all’indomani del 4 marzo. A far specie è che la delusione dilaghi soprattutto in una generazione che, in buona parte, non ha mai votato né avuto il tempo di valutare in prima persona i risultati di un esecutivo. Una distorsione non “scialacquabile” con qualche colpa caratteriale generazionale (la solfa dei giovani d’oggi), da indagare dalla famiglia alla responsabilità politica di governi che hanno garantito l’Italia “a tempo determinato”.

Neanche il populismo funge da valvola di sfogo per quelle «insoddisfazioni e frustrazioni» che sono state tralasciate dai partiti tradizionali. E dopo lo smarrimento del dualismo destra-sinistra, cosa potevamo aspettarci se non astensionismo e voto di protesta?