La notizia di questi ultimi giorni è che gli Arctic Monkeys sono di nuovo in studio. Una scossa ha elettrizzato i social quando diversi abitanti di Sheffield hanno postato le foto della band al completo in giro per la città – tra pub, negozi e locali – mentre una giornalista della BBC ha confermato ufficialmente che i quattro eroi britannici sono al lavoro per dare vita al prossimo album. Quale che sia la direzione che prenderanno è senza dubbio un ritorno a casa dopo un lungo viaggio in America iniziato nove anni e tre dischi fa, e che li ha cambiati per sempre.

Verso la fine dell’estate del 2008 Turner e soci cominciano a scrivere la musica del post Favourite Worst Nightmare, tra una tappa e l’altra di un interminabile tour. Il peso di essere stati la next big thing d’Inghilterra ancora prima di aver debuttato con Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not (che tra le altre cose si è aggiudicato il Mercury Prize) era stato abilmente sopportato durante un incredibile biennio che avrebbe devastato mentalmente e fisicamente qualsiasi altra band di ventenni. Ma gli Arctic Monkeys sono sempre stati diversi, maturi intelligenti ed accorti quanto basta da capire che nell’era dell’internet chi non cambia viene fatto fuori in sei mesi. Così per la loro terza fatica volgono lo sguardo verso l’altra sponda dell’Atlantico, l’America dell’Ovest e del deserto, nelle braccia di uno dei suoi ultimi figli prediletti: Josh Homme. Alex Turner – che agli inizi voleva essere qualcosa a metà tra Mike Skinner e Jarvis Cocker ma che rischiava seriamente di rimanere intrappolato nei panni di un nuovo Noel Gallagher – si affida al leader dei Queens Of The Stone Age come ad un vero e proprio guru. L’influenza di Homme insieme a quella di altri pezzi grossi come Hendrix, Cream, Roky Erickson e Nick Cave, si riversa su tutto il lungo periodo di gestazione di Humbug (che durerà fino alla primavera del 2009) qua e là fra gli studi di Los Angeles, il celeberrimo Rancho De La Luna e New York, dove li raggiunge il loro abituale produttore James Ford.

Ogni svolta richiede del tempo ed Humbug, nonostante sia ancora oggi l’album più sottovalutato della band, è in realtà seminale come forse nessun altro: è quello che ha trasformato il sound in modo indelebile gettando le basi per ciò che sarebbe venuto dopo. Al di là di un titolo frivolo e fuorviante, questo è un disco più cupo e meditativo dei precedenti, che fin da My Propeller lascia emergere inclinazioni stoner-rock e venature psichedeliche inconcepibili anche solo un anno prima. I brani sono complessi, le svolte musicali inaspettate mentre permane intatto l’acume di Turner nell’osservare le cose del mondo (“What came first the chicken or the dickhead?” può essere un nuovo inno generazionale). L’imponente figura di Homme – che conobbe la band in tour nel 2007 – permea quasi tutto il disco, soprattutto nel carattere desertico e dark-surf di brani come Crying Lightning, Fire And The Thud (dove ai cori c’è Alison Mosshart) o Portion Approaching. Non a caso composto quasi interamente nel cuore della notte, Humbug è incentrato sulle chitarre come non mai (per la gioia di Jamie Cook), oltre ad espandere il range del sound delle Scimmie grazie all’introduzione di nuovi strumenti – chitarra baritona e slide, tastiere e percussioni varie – e ad un enorme lavoro in fase di produzione. Per la prima volta i quattro sono liberi di creare la loro musica migliore senza fretta, in totale apertura; Alex, in particolare, sfrutta questo spazio per evolvere la voce verso una sorta di crooning, al contempo lavorando su una concezione dei testi più adulta. La fresca esperienza con l’amico Miles Kane nei The Last Shadow Puppets si avverte in cose come Secret Door ma non rinuncia a portarsi dietro ancora tanta Inghilterra, accento dello Yorkshire compreso.

Nonostante già in FWN vi fossero alcune avvisaglie passate sottotraccia (un esempio su tutti è If You Were There, Beware) Humbug spiazza almeno la metà dei fan del gruppo, di certo non abituati a sentire Matt Helders trattare la sua batteria in modo umano in un comunque meraviglioso momento qual è Dance Little Liar. Coraggioso ma non spericolato, latita di grandi singoli e killer-track cui eravamo tutti abituati, ma cresce inesorabilmente con gli ascolti e, cosa ancor più importante, lascia intravedere interessanti sviluppi futuri. Che puntualmente arrivano due anni dopo con Suck It And See ma come nessuno si sarebbe aspettato. Metabolizzate le critiche gli Arctic Monkeys decidono di rimanere a mangiare hamburger rinunciando agli amati crumpets, e Turner si trasferisce a Brooklyn dal 2010 al 2011 ove compone la maggior parte delle canzoni, eccetto una breve fuga a Londra. Registrato nei Sound City Studios di Los Angeles, Suck It And See vede il ritorno dietro al mixer del solo Ford, per dodici momenti che Helders definisce molto onestamente “Instant, poppy and vintage”. Ed in effetti, se da un lato permangono strascichi di Hommismo (suoi sono i cori in All My Own Stunts) il quarto disco è quello davvero pop, che risente della West Coast hollywoodiana ed edonistica con un pizzico di immediatezza newyorchese in più. Si tratta senza dubbio di uno smarcamento dai toni cupi e freddi di Humbug, con brani assai orecchiabili e catchy, a partire dal singolo di lancio Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Move Your Chair e dalla fin troppo semplice Brick By Brick.

Sicuro di sé, melodico e suonato al solito in modo egregio, annota sì diverse influenze – dagli Stooges agli Stone Roses – ma a stupire è l’aura country che avvolge soprattutto i testi (Love Is A Laserquest), ispirati da Johnny Cash, George Jones e Patsy Cline tra gli altri. La semplicità qui è solo apparente, e se da un lato la caratura delle liriche di Turner cresce ulteriormente dall’altro, per la prima volta, la creatività è condivisa fra tutti e quattro i componenti. Anche il lavoro in studio è più leggero, le registrazioni sono per lo più live e con poche sovraincisioni; ciò non limita l’ampiezza di riferimenti che spaziano dal western di Black Treackle alla sezione ritmica à la Pixies di Reckless Serenade, dallo zucchero filato di The Hellcat Spangled Shalalala al minimalismo di That’s Where You’re Wrong, che si gioca su due accordi come la All My Friends degli LCD Soundsystem. Si dice che Suck It – che per qualche strano motivo ha avuto il titolo provvisorio di Thriller – sia un album ossessionato dalla figura di Alexa Chung, all’epoca fidanzata con Alex ma già in odore di rottura poi consumata un mese dopo l’uscita. Di sicuro c’è che la frattura con un certo tipo di passato emerge sia nel look della band – in particolare Turner si cuce su misura un outfit a metà tra punk e Lennon primissima maniera – sia nella riluttanza a suonare dal vivo le vecchie canzoni dei primi due dischi. Forse anche per questo non manca qualche critica che muove agli Arctic Monkeys l’accusa di aver recuperato la freschezza a scapito della profondità. Questi però se ne fregano abbastanza e a conti fatti segnano un ulteriore passo avanti nella loro carriera.

C’è un senso di moto perpetuo nella musica dei Monkeys, una spinta al superamento che inizia già con Leave Before The Lights Come On – quando Turner chiude i conti col se stesso adolescente – e continua ad ogni pezzo scritto dopo FWN, allontanandosi un passo alla volta dalla natia Sheffield. AM – uscito nel 2103, ad oggi l’album giustamente più osannato dalla critica e che è valso la seconda nomination al Mercury – è il punto più lontano e luminoso cui arrivano in questo trip americano. ‘Studio album’ in lavorazione per più di un anno col solito Ford (più Ross Orton), tra L.A. ed il ritorno nel deserto californiano dello Joshua Tree, è la sintesi perfetta delle due spinte divergenti di Humbug (autoriale) e Suck It And See (commerciale) ma va anche parecchio oltre. Notturno ed attraversato da una coolness gigantesca, AM per la prima volta pone quasi tutta l’enfasi sul groove, a partire dal beat pulsante di Do I Wanna Know? – instant classic se ce n’è uno – in cui la Vox 12 corde di Turner e la pesantezza della sezione ritmica di Helders e O’Malley riescono ad incarnare totalmente l’ossessione erotica e la sessualità che pervadono non solo questo brano (e la quasi hip hop Why’d You Only Call Me When You’re High?) ma l’intero album. Le Scimmie, lo si sarà capito, sono come spugne, assorbono tutto quello che entra in contatto con loro. Qui il bagaglio sonoro si arricchisce di echi di hard e glam-rock (I Want It All) così come blues, r&b, e soul, cose tanto impensabili quanto assimilate con maestria. Dagli Outkast ad Aaliyah, dai Black Sabbath (Arabella) ai Velvet Underground (Mad Sounds) all’immancabile Homme (che sullo sfondo di Knee Socks ci fa sanguinare il cuore), le influenze diventano stimoli ed alla fine tutto riesce a suonare sempre e comunque Arctic Monkeys.

I quali, dal canto loro, sono esattamente dove vorrebbero essere, ed anche da questo – oltre che dal celebre VU dei Velvet – deriva l’immediatezza del titolo, esibito come nuova carta d’identità da sbattere in faccia al prossimo. I quattro ragazzotti coi brufoli ora sono uomini, pongono domande (R U Mine?) piuttosto che dare risposte semplici. Non perdono del tutto la tendenza alla costruzione riff-centrica ma attorno ad essa espandono la texture dei brani mentre il loro stile si fa sempre più americano e l’accento di Alex sempre meno british. Il songwriting di quest’ultimo – ormai inseparabile dalla sua giacca di lustrini e dai suoi Ray Ban Signet – oltrepassa i livelli della semplice realtà terrena sia quando rammenta la sua colonna sonora Submarine per la lennoniana No. 1 Party Anthem, sia quando riesce a trovare rime anche in mezzo ai versi, laddove autori meno dotati non ci penserebbero nemmeno. Al di là dei riconoscimenti passati di Bowie e Simon Armitage, la notevole crescita vocale del frontman guida la sua band verso l’arte musicale tout court fino alla pazzesca chiusura di I Wanna Be Yours, dove i versi del poeta/cantante punk John Cooper Clarke danno vita ad un mantra quasi angosciante e ad un finale memorabile di quaranta minuti tanto eterogenei nella premessa quanto omogenei nel risultato.

Entrando all’epoca al primo posto in UK per la quinta volta di fila, gli Arctic Monkeys stabiliscono un record per una band sotto contratto con una label indipendente. Ma al di là delle statistiche, riescono nella doppia impresa di sfondare definitivamente in America e diventare, per distacco, la più grande band britannica dei nostri tempi ridefinendo un certo tipo di rock ad uso e consumo delle generazioni future. Oggi, superati ormai i trent’anni e con un nuovo pezzo di sé in arrivo da condividere col mondo, sono entrati nell’età dell’oro della consapevolezza, dopo un viaggio in cui in verità siamo cresciuti anche noi. Sono arrivati così lontani da casa da poter andare ovunque ed ora che sono tornati hanno portato indietro il souvenir più prezioso: la loro libertà.