Sono appena saliti sul palco. I saluti sono brevi; non freddi o di circostanza, potrebbero quasi tradire un’urgenza di iniziare a suonare. Si sente per qualche secondo una convenzionale base registrata e poi

Ma partiamo dall’inizio. È la mattina del giorno 18 luglio 2017, il giorno in cui gli Arcade Fire suoneranno a Firenze. Li aspettavo da più o meno tre anni (tanto è il tempo che, non avendoli potuti vedere al Primavera o in altre date straniere, ho dovuto lasciar passare dal loro ultimo live italiano); il biglietto aspetta rinchiuso in un libro dal giorno in cui l’ho comprato – esattamente il giorno dell’uscita in prevendita. Non sono stato altrettanto previdente per quanto riguarda il biglietto del treno, invece, così cedo all’orrido compromesso di un Freccia che parte da Venezia ad un’ora atroce. Il viaggio fila liscio e arrivo a destinazione in tarda mattinata.

Aspetto degli amici, i miei futuri compagni di concerto, e ne approfitto per farmi un breve tour mainstream attraverso il centro storico: il caldo è soffocante, Firenze è sommersa dai turisti ed è tutto perfetto. Quando ci incontriamo è ormai pomeriggio, pranziamo assieme e decidiamo di posticipare un altro po’ la battaglia per un posto decente all’ippodromo, per dedicarci a qualcosa di altrettanto importante: un salto al più meraviglioso negozio di dischi in cui abbia mai messo piede (per chi non lo conoscesse si chiama Rock Bottom, si trovia in Via de’ Giraldi 16r e questa non è pubblicità occulta ma un regalo che vi faccio col cuore, in caso abbiate voglia di far piangere un po’ il portafogli per una nobile causa).

Il pomeriggio volge al termine e capiamo che è arrivato il momento. La battaglia per le prime file è persa – o meglio disertata – ma non ha più importanza: mi preparo al concerto senza ansie, senza fretta, con una predisposizione alla serenità che non sentivo da – tipo – mai. Arrivati all’entrata dell’ ippodromo di Visarno, la fila è comunque molto meno catastrofica di quanto immaginassi (nel bene e nel male) e l’atmosfera che percepisco intorno a me sembra riflettere il mio stato d’animo. Ai concerti ho il potere di attirare due tipi di persone: casinisti dietro, armadi davanti. Questa volta ho, per qualche ragione, il presentimento che non sarà così. Poco dopo il nostro arrivo aprono i cancelli. Entriamo.

Lo spazio adibito al concerto è più piccolo di quanto mi aspettassi, e la cosa non mi dispiace: crea una certa intimità. Nessuno corre, nessuno spinge. L’atmosfera, come dicevo, è delle migliori. Ci sediamo per terra, ci lasciamo avvolgere dalla tempesta di sabbia che il vento solleva con la terra secca dell’ippodromo. Il tempo vola e, quasi perfettamente puntuali, salgono sul palco gli Hercules and Love Affair. Quello che mi sorprende (piacevolemente) è il fatto che chiunque si fosse seduto in attesa dell’inizio, si alza e si avvicina placidamente al palco – un trattamento di riguardo che non considero così scontato nei confronti di una band-spalla, per quanto prestigiosa. Un buon inizio. Gli H&LA non si perdono in chiacchiere: decidono di farci ballare, e i brani filano uno dietro l’altro, quasi senza intermezzi parlati. Se è vero che il compito di una band-spalla è quello di scaldare il pubblico, non potrebbe esserci definizione migliore per descrivere il lavoro degli Hercules: l’house leggera, a volte gentile e a volte infervorata del progetto di Andy Butler muove i corpi del pubblico per circa un’ora. Quando se ne vanno, sembra che siano passati appena pochi minuti.

Si sono fatte quasi le 21, e nessuno si aspetta davvero che le star della serata arrivino in orario. Il soundcheck sembra – al solito – richiedere ore e ci sorbiamo una carrellata di brani registrati e pubblicità più o meno moleste. Poi, finalmente, succede. Riprendiamo da dove avevamo iniziato.

Sono appena saliti sul palco. I saluti sono brevi; non freddi o di circostanza, potrebbero quasi tradire un’urgenza di iniziare a suonare. Si sente per qualche secondo una base registrata e poi partono, inconfondibili, le pennate distorte di Wake Up. Ora, riguardo Wake Up ho un’opinione precisa: credo che sia un brano d’apertura perfetto, e un brano di chiusura indimenticabile. Va da sé che la seconda opzione è preferibile. Ma appena le prime note iniziano, tutto quello che posso fare è iniziare a cantare con tutti gli altri. Un inizio perfetto è pur sempre un inizio perfetto.

C’è un istante di pausa dopo la defibrillazione, e mi posso concentrare sulla band. Salta subito all’occhio la coppia Butler/Chassagne: lui vestito di nero (anche se quando si toglie la giacca risaltano i risvolti delle maniche della camicia, arancione-stabilo come gli stivaletti), lei vestita di bianco, una tuta che più 80s di così non si può. Anche il resto della band sembra concentrarsi su toni il più possibili neutri, macchiati qua e là dal logo EN, il marchio della Everything Now Corporation. Una scelta cromatica simile potrebbe far pensare ad una performance più asettica. Non sarà così.

Arriva difatti il momento del primo singolo tratto dal nuovo – ufficialmente inedito – album: Everyting Now è un brano che ha fatto discutere parecchio. Si è parlato di ABBA, di pop facilone, si è temuto il peggio; fatto sta che è uno di quei brani che, dal vivo, non puoi fare a meno di ballare. Segue Here Comes the Night Time, quasi a voler sfidare tutti quelli che avevano accolto Reflektor con lo stesso scetticismo che ora riservano al nuovo disco. Diciamo che è un test per – e “contro” lo – spettatore e, se davvero lo è, la band di Montréal dimostra di averla vista lunga fin dall’inizio. Seguono Chemistry ed Electric Blue, altre due nuove uscite; tutto promette che Everything Now sarà qualcosa a cui abituare l’orecchio. E più di così non mi sbilancio. La prima parte del concerto è praticamente tutta da ballare, tanto per il pubblico quanto per la band; Butler cerca il contatto col pubblico, si dimena, azzarda perfino un abbozzo di crowd-surfing, dal palco volano plettri, bacchette e cembali (e qui pago il prezzo per essermela presa comoda).

Con No Cars Go gli Arcade Fire sembrano voler rassicurare lo spettatore più scettico; una vecchia gloria per confortare chi ancora non si sente pronto ad affrontare le novità del nuovo lavoro. Al termine della canzone, Butler ci chiede di tirar fuori qualsiasi fonte di luce: telefoni, led, accendini. Parte così l’incedere cantilenante di Neon Bible. Per quanto la traccia, poco più di un intermezzo (per quanto significativo) nell’album omonimo possa risultare una scelta curiosa in un concerto, l’impatto emotivo a questo punto dello spettacolo è indiscutibile: il mare di luci della folla sopperisce, anche solo per un paio di minuti, all’estetica stranamente minimale dello stage (ben diversa da quella utilizzata per il tour di Reflektor; non che questo sia necessariamente un male) e l’intimità tra musicisti e spettatori raggiunge un nuovo picco. A questo punto la scelta di suonare Neon Bible pare quantomai giustificata: un intermezzo nello spettacolo come nel disco. È il momento del secondo atto.

“Questo è un pezzo che non suonavamo da parecchio tempo.”

Dopo questo conciso annuncio di Butler partono le note di Suburban War (si sente un poco virile “ommioddio” partire da qualcuno che potrei essere io). L’apice emotivo, troppo spesso ingiustamente trascurato, del terzo album della band, è un regalo meraviglioso. Arriva poi The Suburbs (più The Suburbs (Continued)), cavallo di battaglia irrinunciabile, seguita, come d’abitudine, da Ready to Start. Un altro regalo inaspettato arriva con Tunnels. Anche qui, un brano che non mi sarei aspettato di poter sentire dal vivo. Si conclude quindi con Sprawl II (una Régine quasi sacrificata e fremente ha finalmente la possibilità di mettersi in mostra con la sua canzone) il secondo atto, quello che ho probabilmente apprezzato di più: l’atmosfera da dancefloor ha ceduto il posto a qualcosa di più intimo, dal forte impatto emotivo creato dalla selezione di alcuni tra i brani più influenti di The Suburbs e Funeral, contribuendo alla costruzione di uno spettacolo bilanciato e coinvolgente a tutto tondo.

La band saluta ed esce. Aspettiamo il bis.

I riflettori fanno di nuovo luce, e la prima doppietta viene da Reflektor: si parte con la title track e si arriva ad Afterlife: si torna a ballare. Prima dell’ultimo, repentino cambio d’atmosfera, un ultimo ballo con Creature Comfort, secondo singolo estratto dall’imminente nuovo album. La conclusione viene tutta dall’album d’esordio, è un tuffo nel passato (anche se le capacità della band sono decisamente migliorate rispetto al 2004, pur senza perderne in spontaneità). I toni apocalittici di Power Out delirano, ci scatenano; ma siamo ancora in attesa di qualcosa che ci galvanizzi, e tutti sappiamo che cosa stiamo aspettando. Rebellion, l’inno per eccellenza della band, fa uscire musica dalla gola di tutti. Il nostro ultimo, quasi disperato coro resiste nell’aria per parecchi minuti dopo che la band è uscita; resiste anche quando le luci si accendono (non saremo arrivati all’ora spaccata di coro di Viva La Vida durante il concerto dei Coldplay, ma siamo stati parecchio bravi comunque). Facciamo del nostro meglio, ma non basta a far tornare i ragazzi sul palco. Ci abbiamo provato; onestamente, non credo avrei potuto chiedere di più. La gente se ne va con calma, non c’è ressa, non c’è fretta. L’uscita è dolce come lo è stata l’entrata. Restiamo noi, assieme a decine e decine di bicchieri e bottiglie vuote che riflettono le luci dei riflettori, e sembrano creare nella sabbia la scenografia che non abbiamo visto sul palco. Ce ne andiamo quasi per ultimi, quando i buttafuori ce lo chiedono. Mi compro una toppa ad uno stand. Ce ne andiamo.

Nicola De Zorzi