Aphex Twin è tornato. È tornato nel 2014 con SYRO, a tredici anni da quel ingombrante elefante psicotico di Drukqs. È tornato meno innovativo, ma più solido e ragionato: migliore per alcuni, peggiore per altri, comunque uno splendido quarantenne che non è rimasto fermo, come tanti progetti musicali con più di vent’anni di carriera alle spalle. La sua vena creativa è sempre stata fertile, ma se prima produceva frutti acidi dal sapore inaspettato, capolavori o, alla peggio, splendidi esperimenti, ora è il tempo di dischi più accessibili: navicelle sonore poco faticose da manovrare, ma dirette comunque verso mondi sconosciuti ai più.

Quella navicella stavolta si chiama Collapse EP, uscito per Warp Records (ovviamente) in pieno risveglio discografico settembrino, disco anticipato dal singolo “T69 Collapse” e il suo ipnotico video made in Weirdcore, che apre anche il disco. La prima sensazione è di essere tornati a SYRO, ma è solo un’illusione. Il brano inizia in modo composto – relativamente agli standard aphexiani – fra timidi motivi accennati da soffici synth incastrati in un ritmo tutto sommato regolare. A circa metà brano tutto però collassa, si autodistrugge in una caotica nebbia sonora da cui rinasce una lunga coda dominata da quattro accordi malinconici.

La copertina è un indizio: tutto in Collapse EP implode e si ricostruisce in bilico fra ordine e delirio. L’intro di “1st 44”, in pieno stile footwork, sembra un brano di Jlin sotto amfetamine. È tutto frenetico, allucinato, ma ordinato: un caos controllato che colpisce e stordisce e che cambia a ogni ascolto, rivelando sempre di più la sua complessa struttura, nascosta da disturbi e frequenze impazzite. Tutte le tracce dell’EP viaggiano a un ritmo vertiginoso da 150/160 BPM. E quando tutto, per un attimo, si acquieta, come nell’ipnotico arpeggio su cui si basa “MT1 t29r2”, sembra aprirsi uno sconfinato panorama sonoro costruito da meccanismi perfetti di melodia e ritmo.

È proprio su gli incastri che Aphex Twin ha sempre fatto scuola. I suoi brani sembrano evolversi in modo naturale come microrganismi stimolati solo da un minimo impulso elettrico. Sul dialogo fra basso, melodia e drum machine è costruita anche “abundance10edit[2 R8’s, FZ20m & a 909]”, in cui ritmi ipnotici e frequenze abissali sono avvolti da sognanti melodie di pad che vengono dritti da “Selected Ambient Works II”. La chiusura del disco è affidata invece alle acide e aliene melodie microtonali di “pthex”, che insieme agli incessanti pattern ritmici sballottano l’ascoltatore, lo disorientano e poi lo riportano a terra, ma solo per ricominciare il giro.

Aphex Twin è tornato e come al solito si scatenano, accanto alle drum machine, anche le polemiche. Collapse EP, come tutti i recenti lavori di Aphex Twin, non aggiunge praticamente nulla al panorama elettronico. Una domanda sorge spontanea: Doveva? Selected Ambient Works 85-92, il disco culmine di un movimento che il panorama elettronico non l’ha arricchito, ma distrutto e ricostruito, è uscito 26 anni fa. Criticare Aphex Twin per la mancanza di innovazione nei suoi lavori più recenti è come criticare il Paul McCartney degli anni ’90 per non aver rivoluzionato, un’altra volta, la storia della musica: è chiedere troppo anche a un genio.

Dall’altro lato c’è però la questione visibilità: gli artisti affermati e rispettati, in virtù della loro posizione di spicco, dovrebbero rischiare e sperimentare, aprire nuove strade, come hanno fatto i Radiohead con Kid A – pescando a piene mani dal catalogo Warp, per altro – e come stanno facendo gli Autechre con le loro composizione oceaniche di elettronica pura. In questo senso Collapse EP è un lavoro conservativo, comodo, inutile, ma solidissimo nella precisione compositiva e sonora: un fiume che scorre fluido dalle orecchie al cervello, come solo la buona musica sa fare. E alla fine è questa l’unica cosa che conta.