Pare ci siano troppi anziani nel continente europeo, e di conseguenza è possibile un cambio di passo etnico nei prossimi decenni dovuto ai nuovi innesti provenienti da altri paesi del Sud e dell’Oriente. Nulla di imprevedibile o anormale, come invece griderebbe qualche ciarlatano sostenitore di scenari apocalittici nell’“immutabile e pacifica” esistenza in Europa. Sappiamo bene come l’immigrazione sia un tema caldo – senza citare cosa ne pensano proprio molti anziani! – capace di provocare un impatto emotivo e consistenti conseguenze elettorali. La nuova demografia non deve spaventare, piuttosto andrebbe spiegata la prospettiva incontro alla quale ci stiamo dirigendo, in maniera del tutto naturale – o più precisamente per cause politiche, origini degli spostamenti necessari sul globo.

Partendo dalle basi. Il numero di abitanti sul nostro pianeta è – facile aspettarselo – enorme, e non solo: siamo in numero più alto di sempre sulla Terra. Potrà anche rallentare la velocità di crescita demografica e avvenire una drastica diminuzione delle nascite (come è di fatto) ma si stima che ai circa 7,5 miliardi di abitanti si aggiungeranno almeno altri due miliardi entro i prossimi trent’anni. Inoltre, per quanto riguarda un fattore che si ripercuote proprio su di noi, stiamo assistendo al declino del “ritmo demografico” dell’area Europa, a differenza della crescita dell’Africa ad oggi senza precedenti e senza sosta.

Chi saremo e quanti i “nuovi arrivi”. In generale sono tantissimi – e in aumento – gli anziani, gli over 60 in particolare. Questa componente della popolazione globale diverrà sempre più numerosa, la fetta più grossa, per l’allungamento dell’aspettativa di vita, soprattutto nelle aree sviluppate. L’aumento della longevità e la diminuzione delle nascite sono processi che conosciamo bene e che infatti continuano incessanti presso i paesi più ricchi o in coloro che si trovano all’interno di una parabola di sviluppo.

Proprio il divario economico ha come riflesso (attrattiva) anche lo spostamento di molte persone in cerca di condizioni sempre migliori. Per questa ragione – per la verità, piuttosto generica – si è registrata la presenza di molte comunità “extra-nazionali” all’interno degli stati. In breve, non ci sono mai stati così tanti “stranieri”: quasi mezzo miliardo di persone vivono in uno stato che non è quello di origine. Dati e tendenze che fanno riflettere su quanti colori vivono e arriveranno nei cosiddetti “paesi del primo mondo” fino a cambiare gli anziani del futuro.

Come avviene la “transizione”. In una prima fase del processo denominato “transizione demografica”, la popolazione aumenta in maniera consistente perché la mortalità si riduce. Solo con la diminuzione della natalità crolla. Si tratta di due processi ben noti e “scientifici”. Il trasferimento di conoscenze mediche e pratiche sanitarie favorisce l’abbassamento del livello di mortalità (facendo sopravvivere più anziani), ma se a mettersi di mezzo non è la scienza bensì la società? La decisione di avere meno figli è frutto di un passaggio culturale che attraversa difficoltà e insidie tutte a loro volte colme di variabili da territorio in territorio: dai ruoli all’interno della società all’occupazione femminile, dalle possibilità economiche al valore attribuito alla prole.

Nel caso europeo, il percorso di sviluppo economico e sociale causa effetti esattamente opposti a determinate aree dell’Africa e dell’Asia. Basti pensare che 22 paesi sono bloccati su una fecondità superiore ai 5 figli per donna: due in Asia e ben venti in Africa, soprattutto quella sub-sahariana. Sappiamo come, nei paesi di queste zone del globo, non sia facile un’inversione di tendenza a partire banalmente dalle ragioni culturali. Una situazione che ci mette di fronte sia all’inevitabile crescita demografica di questi paesi, sia all’emigrazione di molti abitanti di paesi con un’offerta di lavoro satura, se non assente.

Per fare chiarezza e informazione sugli spostamenti. Gli squilibri demografici ed economici influiscono sulla mobilità per lavoro, mentre l’instabilità politica, le guerre e le catastrofi ambientali agiscono sugli spostamenti di rifugiati. Una questione caldissima, tanto dibattuta in Italia e in Europa è d’altronde quella del controllo della tipologia di migrante. Il riferimento va immediatamente al “Codice anti Ong” che ha fatto sostanzialmente sparire gli arrivi via mare e ha incaricato la marina e le autorità libiche di controllare e/o imprigionare migliaia di persone in condizioni disumane (ampiamente documentate e risapute).

Ma, dati alla mano, sappiamo che solo una minoranza di chi vive in un Paese diverso dal proprio è irregolare e arriva con mezzi di fortuna, come i “temuti” barconi e l’Africa non è tra i continenti col numero più alto di partenti verso un altro continente. Una non coincidenza tra numeri e politiche che fa storcere il naso e non può che essere considerata una mossa elettorale (e ovviamente politica in senso ampio, continentale).

Aldilà degli slogan facilotti proposti dalla politica, dal “chiudiamo le frontiere” all’ormai celeberrimo “aiutiamoli a casa loro” non sono minimamente di aiuto alla transizione che (tenetevi forte!) arriverà entro il 2050, con statistiche certamente vicine alle odierne previsioni in merito. Il fenomeno migratorio, il mix di culture, la maggiore differenziazione etnica sono processi complessi e la gestione richiede azioni mirate su diversi livelli.

Se vogliamo inseguire dei numeri, dei dati scientifici e frutto di studi, piuttosto che maldestre apocalissi xenofobe, rendiamoci conto che gli strumenti migliori per affrontare un fenomeno, come dimostrato, puramente demografico ma soprattutto sociale, sono una vera integrazione nei paesi di arrivo e l’attivazione di azioni di sviluppo (anche concertato) nei paesi di partenza mettendo in chiaro regole di mantenimento ambientale per il processo di industrializzazione, oltre che democratico e pacifico sul livello politico. Anche se saremo più anziani, e sempre di più nel “club”, potremmo vivere meglio insieme già da giovani, no?