I Brian Jonestown Massacre hanno appena pubblicato il loro quindicesimo album. Third World Pyramid giunge al culmine di un periodo di ritrovata prolificità che dal 2014 ad oggi ha prodotto altri due dischi (Revelation e Musique De Film Imaginé), due EP, una colonna sonora in lavorazione e varie collaborazioni. Sembra chiaro che qualcosa si stia muovendo di nuovo nei misteriosi ed affascinanti ingranaggi della mente di Anton Newcombe, fondatore e leader della band da vent’anni a questa parte. Il ritorno a pieno regime dei californiani induce ad una riflessione su che peso Newcombe abbia avuto nell’educazione di una generazione ad un certo tipo di musica, quale sia stata la parabola di un genio musicale e cosa potrà riservargli il futuro.

Prima di tutto lasciatemi dire che per chi come me è cresciuto musicalmente negli anni ‘90 Anton Newcombe è stato un educatore allo stesso tempo scomodo ma imprescindibile. In passato la vita da rockstar gli ha distrutto qualsiasi tipo di relazione interpersonale e questo, unito al suo stile di vita oltraggiosamente fuori dai limiti, non ne ha fatto per nulla un esempio positivo da seguire. L’altro lato della medaglia, però, è stato l’aver aperto milioni di giovani coscienze alla psichedelia che fu dei loro padri, portandola verso qualcosa di ancora inesplorato e gettando i semi per molto del revivalismo che oggi tutti noi ascoltiamo. Al di là degli esordi fra rock e shoegaze, è innegabilmente il 1996 ad aver costituito il cardine su cui ruota l’intera carriera dei Brian Jonestown Massacre. Un anno fecondo, pazzo ed irripetibile in cui, dal garage di Take It From The Man! allo psych-folk lo-fi di Thank God For Mental Illness passando per la neopsichedelia sperimentale di quella pietra miliare che è Their Satanic Majesties’ Second Request, Newcombe e compagni hanno esasperato il proprio genio creativo in un fervore artistico con pochi precedenti nella storia. La lezione impartita è stata sublime e crudele al tempo stesso: derubare ed uccidere i propri idoli – che si chiamino Brian Jones e Rolling Stones, Bowie, Dylan, i 60’s inglesi o quant’altro – per fare, in senso quanto mai classico, della propria vita un’opera d’arte.

A fissare quel periodo schizofrenico nell’immaginario collettivo in modo indelebile ci ha pensato Dig!, documentario diretto da Ondi Timoner che nel 2004 ha vinto il Sundance. Dal rilascio di Mental Illness e per ben sette anni, la regista ha fissato su pellicola una vita fatta di droghe, risse, litigi e scontri fra i BJM ed i loro amici/nemici Dandy Warhols, in particolare enfatizzando (anche in maniera eccessiva) la rivalità fra Newcombe e Courtney Taylor-Taylor, contribuendo ad alimentare la pessima fama riguardante il carattere duro e spigoloso del primo. Un apporto imprescindibile alla storia del rock alternativo, in cui nulla è sfuggito all’occhio della telecamera. Sono state testimoniate tanto le travagliate sessioni di registrazione di Give It Back! quanto le atmosfere intorno a Strung Out In Heaven, in cui Matt Hollywood si è caricato la band sulle spalle a causa dell’incapacità momentanea del frontman dovuta all’abuso costante di eroina.

Non saprei dire con certezza se ciò abbia avuto un reale effetto sul mio rapporto con le droghe. Di sicuro ho imparato ad ammirare la capacità di Newcombe di riuscire a trovare un equilibrio zen in ogni situazione (e sotto ogni sostanza) ed il coraggio di non nascondersi all’ombra ipocrita della celebrità, al contrario mostrando tutto di sé, insegnando una sincerità a tratti spiazzante. Quando però, a causa della scarsa lucidità psicofisica, la deriva sperimentale di alcune scelte (si veda My Bloody Underground in particolare) è parsa andare troppo oltre ed inficiare la qualità del suo lavoro, ha capito che tutte le cose che hanno un inizio hanno anche una fine. Ha deciso che fosse venuto il momento di crescere e diventare una persona per bene. In quale percentuale ciò sia dovuto all’amore per la musica o a quello verso la propria salute probabilmente non lo sapremo mai.

È stata una svolta forte e giusta allo stesso tempo, che in qualche modo ha coinciso col suo trasferimento a Berlino. La scelta di vivere (tuttora) nella capitale tedesca non è frutto di un semplice esilio culturale ma piuttosto è una condizione necessaria che gli permette di essere maggiormente a contatto con la realtà e con l’arte più prossime alla sua enorme sensibilità. Esasperato da quella che considera la supponenza superomista degli USA e dalle infinite contraddizioni della sua società, Anton ha compiuto un viaggio intrapreso da tanti artisti – da Kubrick in giù – verso la riconquista della privacy e del controllo della propria vita. Un processo non esente da ostacoli (nel 2010 ha sofferto di diversi tracolli nervosi) ma che gli ha consentito di allargare ulteriormente i confini tornando a sperimentare col krautrock e col suo primo amore mai dichiarato, l’elettronica, fino a volgere di recente lo sguardo verso l’Est Europa ed il cinema francese della Nouvelle Vague.

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Alla soglia dei cinquantanni, l’Anton Newcombe anarchico e sognatore – ancora oggi ha l’obiettivo di registrare una canzone in ogni lingua del mondo – quello per cui gli anni ’60 sono come Gesù Cristo e che ha sempre rifiutato un contratto con le major sembra aver trovato finalmente la pace interiore, al netto delle sue famose sfuriate su Twitter. Merito anche della moglie Katy Lane e dei figli Hermann e Wolfang, certo, ma l’equilibrio di generi su cui si regge Third World Pyramid dà esattamente l’impressione di un artista, nel senso più puro del termine, ormai d’accordo con se stesso, che continua ad imparare ed insegnare musica instancabilmente. Un venerabile maestro, insomma, con un paio di basettone bianche a ricordarci che il tempo passa per tutti, ma migliora solo i più fortunati di noi.

Tutto qui? Non proprio, perché se è vero che quest’ultimo lavoro avrà un gemello (in uscita a dicembre) che spariglierà le carte una volta di più, allora vorrà dire che i Brian Jonestown Massacre non hanno perso il fuoco sacro dell’ispirazione, che vogliono ancora essere rilevanti, e che alla stanchezza del corpo non è corrisposto il riposo della mente. Nell’attesa, mentre ripenso alla mia innocenza perduta scoprendo suoni che credevo impossibili, guardo indietro e vedo una serie incredibile di vittorie e sconfitte. Osservo, come fossero infiniti fotogrammi colorati, tutte le cadute e le resurrezioni di chi mi ha educato alla psichedelia della musica e della propria esistenza.