Ritratto di ANOHNI: dalla sfera privata all’impegno sociale.

Da qualche tempo a questa parte qualcuno si era chiesto perchè il pop aveva smesso di essere politico, perchè preferiva rivestirsi di sfaccettature così diverse ma pur sempre univoche, tendenti tutte ad un allegerimento della realtà, abbandonando l’impegno concreto in tematiche che oggi come non mai scottano e toccano nel profondo tutti gli strati della popolazione, specie nel tempo in cui il mondo veste più che mai il ruolo del “villaggio globale” di cui si è tanto parlato nei decenni scorsi e che oggi è sicuramente più che una realtà concreta. Qualcuno se lo era chiesto, e qualcun’altro ha risposto. La risposta risiede in quel che il Guardian ha definito qualche tempo fa “il più profondo disco di protesta da decenni a questa parte”. E parliamo di Hopelessness di ANOHNI, il debutto da solista dell’artista britannica reduce dall’esperienza con gli Anthony and The Johnson. Difficile dire se il Guardian abbia visto giusto, in genere questo è un ruolo che è sempre spettato ai posteri, ma probabilmente l’immediatezza e i toni espliciti che assume ANOHNI in Hopelessness parlano da sé.

Prendendo come riferimento il finale del secolo scorso, i tanto annoverati anni ’90, che fra sessualità emancipata, l’affermazione delle sostanze psicotrope, le dilaganti sonorità alternative, nonché il decennio-emblema di tutta la controcultura novecentesca, vengono inevitabilmente alla mente esempi come i Sonic Youth, i Rage Against The Machine e i Fugazi, che presero fra le mani il cambiamento allora in atto e lo raccontarono con dei dischi di protesta con i quali hanno praticamente costruito tutta la loro carriera suonando ancora oggi, su certi aspetti, decisamente attuali. Quindi Hopelessness è alla pari di album che hanno affondato le loro radici nella protesta più radicale, che hanno sentito il bisogno di raccontare una generazione, un disagio e lo spirito di quel periodo? Partiamo dal presupposto che il debutto solista di ANOHNI è nato da un bisogno dichiarato da lei stessa che ha affermato di non essere in pace con la sensazione di non star facendo nulla, di essere in questo modo complice della realtà che la circondava. La presa di coscienza è secondo lei il punto di partenza per il cambiamento, e il bisogno di raccontare la realtà doveva necessariamente esplodere in una narrazione senza freni e senza veli. ANOHNI sceglie di abbandonare la sfera personale, misurandosi col fatto che “privato” non corrisponde più a “pubblico”, che con gli Anthony and The Johnson sia stato fatto quanto dovuto, ed è ora tempo di abbracciare delle responsabilità più ampie. Ma il grido di dissenso di ANOHNI lo si può ricercare già da prima di questo disco, a quando era ancora fuori dai circuiti musicali mainstream, come ha raccontato in un saggio uscito su Pitchfork qualche tempo fa: “Quando avevo tra i venti e i trent’anni mi è stato detto più volte che non dovevo sognarmi che qualcuno “come me” avrebbe potuto far carriera nella musica… Sono un’artista transgender e mi sono sempre trovata bene ai margini del mainstream. Sono stata felice di pagare il mio pegno raccontando la mia verità in faccia a tutti quelli che mi insultavano, in faccia all’idiozia.”ANOHNI si è fatta una delle portavoce della comunità transgender, che nel mondo LGBTQ, almeno fino ad un periodo poco lontano da questo aveva avuto una voce in capitolo abbastanza marginale, e che nonostante le lotte combattute fianco a fianco con l’intero movimento non ha comunque avuto modo di godere della stessa dignità e dello stesso grado di accettazione. ANOHNI ha rifiutato qualunque compromesso politico, alzando la voce e parlando di transessualità ad un mondo che si era mostrato sordo nei confronti di questa minoranza, dimostrandosi inoltre una perfetta icona LGBTQ, rottamando almeno in parte, delle concezioni che non avevano fatto altro che ombrare l’intera comunità. Ma come già abbiamo anticipato prima ANOHNI ha posto lo sguardo oltre, verso frontiere e tematiche non solo che riguardassero il suo mondo. ANOHNI si dice stanca di essere in lutto per l’umanità, si schiera dalla parte delle donne e contro la violenza degli Stati Uniti nei confronti degli americani e del mondo intero. Parla del tradimento politico, del tema della privacy, delle guerre, di lotta fra razze e lotta di classe. ANOHNI in Hopelessness decide di raccontare lo spirito del tempo, dando alla luce un’opera che abbraccia l’umanità intera.

“Drone Bomb Me è una canzone d’amore scritta dalla prospettiva di una giovane ragazza afgana la cui famiglia è stata sterminata da droni americani senza nome. Sogna di essere annientata.” racconta ANOHNI parlando di uno dei pezzi cardine del disco, narrando di un dramma che da decenni dilania il Medio Oriente, di una guerra che non si combatte più in trincea, ma con le nuove tecniche dei non più imperi militari, ma imperi tecnologici che segnano le vite, i destini e gli esodi di interi popoli. E così anche in “Crisis” dove il video racconta il disagio silente dei cittadini americani di fronte alla questione mediorientale, rappresentando l’impatto a livello personale che hanno avuto le atrocità commesse in Medio Oriente. ANOHNI mette in faccia una realtà troppo difficile da raccontare, che ogni cittadino americano cerca di nascondere con un tacito dissenso, ma che non è il giusto modo per giungere alla tanto desiderata pace.

Anohni spazia di continuo, non risparmia nulla, nemmeno quel sentimento di pura delusione nei confronti di Obama, tema trattato nel pezzo omonimo, dove la rabbia di aver visto le sue idee rivoluzionare sfumare ha fatto sentire il popolo americano tradito e smarrito. Forse lo stesso sentimento che ha portato al risultato delle ultime elezioni con Donald Trump diventato presidente.

ANOHNI parte dall’assenza di speranza, dal dolore che questa condizione produce, raccontando il disperato bisogno che le persone hanno di riacquistare potere, o almeno quella consapevolezza di averlo sempre avuto e di poterlo utilizzare di nuovo. La stessa assenza di consapevolezza che genera lo scontro fra la middle class e la working class, che non si apprestano a guardare altrove occupando le loro energie e il loro tempo in un gioco a perdere. Questo è un piccolo ritratto di ANOHNI, artista che prima ha deciso di parlare apertamente della sua transessualità (il nome ANOHNI fra l’altro, come dichiarato da lei, appartiene al suo lato transgender) aprendo a nuove strade e spazzando via concezioni sbagliate. Ma il suo lato pensante poi ha percepito questo “parlare di un argomento alla volta” come una sorta di cortina di fumo, che mette in evidenza una tematica e sposta un’altra in secondo piano, sfornando così un disco che è una aperta contestazione e un perfetto racconto di tutto lo scenario globale. ANOHNI ha inglobato tutte le tematiche cardine in un solo, immenso disco, partendo dalle guerre, passando per l’ambiente, fino all’identità di classe e di genere. ANOHNI fa da sveglia, invita ad alzare la testa e prendere in mano la propria coscienza. “Hopelessness”, senza speranza, come recita il titolo dell’album. E dalla stessa speranza spesso nascono illusioni, ma dall’assenza di essa si producono moti inevitabili pronti a travolgere tutti.