La follia omicida che ha investito diverse città europee nell’ultimo anno – le tappe più sanguinose Nizza, Berlino, LondraStoccolma e adesso Manchester – ha dimostrato di potersi servire di un metodo standard, quello per cui il terrorismo piomba direttamente sulla folla a bordo di un mezzo. L’episodio inglese, l’ultimo, ha invece riportato i fantasmi, per la verità mai scomparsi, di Parigi e delle esplosioni suicide contro le masse in luoghi di aggregazione.

Un altro concerto, un’altra folla sorpresa e subito nel panico: la sera del 22 maggio un attentato suicida alla Manchester Arena ha ucciso 22 persone, molti dei quali ragazzini, tutti all’uscita del concerto di Ariana Grande. Gli attacchi compiuti da kamikaze ritornano prepotentemente in Europa dopo una serie di corse sfrenate nel bel mezzo della folla, nei casi “più contenuti” con un coltello, nei casi più eclatanti con un suv o con un camion.

Gli obiettivi sono luoghi affollati, sostanzialmente ad alto potenziale di mortalità: mercati all’aperto, strade molto frequentate, celebrazioni e manifestazioni pubbliche, parate di qualunque tipo. Non importa che si tratti di una periferia o del pieno centro di una metropoli. La strategia è sempre la stessa: uccidere il numero maggiore possibile di persone, con l’aiuto di esplosivi oppure a bordo di un mezzo pesante. Entrambi indiscreti e difficilmente identificabili come pericoli evidenti: il primo perché il tritolo è nascosto sotto i vestiti, il secondo perché si tratta di mezzi di norma presenti in città. L’attacco di Manchester ha ucciso con più efficacia perché con l’esplosivo erano combinati chiodi e frammenti di vetro, capaci di ferire gravemente anche una persona non vicina all’attentatore.

L’attacco più sanguinoso messo in atto in quest’ennesimo anno di violenza è stato quello di Nizza, il 14 luglio dello scorso anno, ed anche il primo attacco su mezzo cronologicamente. Molti video testimoniano l’agghiacciante evento accaduto in quella serata estiva. Quella volta un tir si è lanciato a tutta velocità sulla Promenade des Anglais, uno stradone alberato e frequentatissimo proprio in quell’occasione per le celebrazioni della festa nazionale francese. Un giorno che dal 2016 ha certamente cambiato in negativo il proprio significato per la Francia. Il terrorista alla guida del camion, il tunisino Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, riuscì a ottenere il macabro bottino di 86 persone uccise, tra cui molti bambini, prima di essere freddato dagli agenti della polizia francese. Ci furono oltre 400 feriti.

Passano alcuni mesi ed è il momento di Berlino. Il 19 dicembre 2016, il tunisino Anis Amri, a bordo di un camion, si lancia sul mercatino di Natale nei pressi del centro città, vicino la Chiesa del Ricordo. Il bilancio finale è meno grave di quello francese ma tragico allo stesso modo: 12 i morti sull’asfalto e circa 50 i feriti. Amri verrà ucciso tre giorni dopo in un controllo di polizia a Sesto San Giovanni, vicino Milano.

È il 22 marzo di quest’anno quando un attentato ha colpito il cuore di Londra. Cinque morti – bilancio ufficiale, aggiornato dopo la morte di una donna che era stata ricoverata in gravi condizioni – e 40 feriti dopo l’ennesimo attacco folle: Khalid Masood, il cinquantenne terrorista britannico, a bordo di un suv si è lanciato a tutta velocità lungo il Westminster Bridge, travolgendo molte persone, finendo la sua corsa davanti ad uno degli ingressi del Parlamento dove ha continuato le aggressioni con un coltello, prima di essere colpito a morte dai poliziotti londinesi.

Una scia di sangue che continua il 7 aprile, nel centro di Stoccolma: il pomeriggio di terrore ha visto un camion piombare a tutta velocità sui passanti nella zona commerciale e dello shopping pedonale del centro città compiendo la carneficina. L’autocarro ha falciato i pedoni totalmente a caso, terminando la sua strada su un centro commerciale dove si è schiantato rimanendo di fatto incastrato. Per terra rimangono 4 vittime e 15 feriti di cui molti ricoverati in gravi condizioni.

A Manchester, la sera del 22 maggio, mentre la gente si stava recando fuori dall’arena, l’attentatore Salman Abedi si è fatto esplodere nelle vicinanze delle biglietterie. Anche lui un giovane: 22enne nato e cresciuto nella città inglese, come spesso sentiamo “già noto alle forze dell’ordine” per la sua conversione all’islamismo radicale. Lui è la 23esima vittima della strage della Manchester Arena; un’altra vittima, la più giovane di tutte, Saffie Roussos, aveva soltanto 8 anni. La retorica più becera del terrorismo porterebbe la considerazione di un Medio Oriente che continua a morire mentre in Europa si piangono delle vittime in minor quantità rispetto a quanto si muore a Est. La verità è che ogni evento di questa portata, da Oriente a Occidente, va considerata per quello che è: una falce indiscriminata contro inermi innocenti. Il dolore per queste morti non deve essere il pretesto per una vendetta – anche di tipo morale nei confronti di islamici nel proprio stato – ma un motivo di riflessione per la pace e il dialogo al fine sconfiggere ogni cieco pretesto, di utilità strumentale, religioso e culturale.