Le cose sono là che navigano nella luce, escono dal vuoto per avere luogo ai nostri occhi. Noi siamo implicati nel loro apparire e scomparire, quasi che fossimo qui proprio per questo. Il mondo esterno ha bisogno che lo osserviamo e raccontiamo, per avere esistenza. E quando un uomo muore porta con sé le apparizioni venute a lui fin dall’infanzia, lasciando gli altri a fiutare il buco dove ogni cosa scompare. [1] (Gianni Celati, Verso la foce)

Mississippi: due doppie S, una doppia P, e un serpente enorme, disteso a oziare languido sotto il cielo americano, col culo irrequieto fra cascate e  rapide, al freddo del Minnesota e il capo bruciato, che cerca sollievo nelle acque atlantiche del Golfo del Messico. E lungo la sua pelle scivolosa di rettile, tante vite, vuoti che parlano e desideri annegati.
Il Mississippi del blues, lusingato un po’ dai demoni e un po’ dagli angeli, spaccato fra gli spiritual contaminati di Skip James e l’anima venduta a un crocicchio, nei pressi di Clarksdale, da un Robert Johnson straziato dalla morte della moglie.
Mississippi lo stato, da dove provengono Brad Smith e Roger Stevens quando nel 1989 danno vita ai Blind Melon e Mississippi il fiume, su cui sorge New Orleans, dove Shannon Hoon (la voce del gruppo) per l’ultima volta, in fondo al tourbus, chiude gli occhi e, arrivato al capolinea del suo viaggio, non li riapre più.
Lo stesso fiume dove molto più a nord, intorno alla sua gelida culla, germinano i semi rabbiosi della rivolta e portano nomi come The Replacements e Hüsker Dü; o dal lato opposto, a sud, ci accompagna nella discesa, la perfetta colonna sonora della voce rotonda di Alex Chilton (e i suoi Big Star) e ci pestano il cuore i notturni da sigaretta e whisky dei Twilight Singer, mentre arriviamo quasi alla foce.
Quello stesso fiume, da cui si allunga, emancipato e crudele, il braccio del Wolf River, predatore avido che in una notte di tarda primavera si è mangiato il corpo ancora vestito di Jeff Buckley, restituendone il cadavere quasi una settimana più tardi.

Alec Soth, Peter’s Houseboat, Winona, Minnesota 2002.
Alec Soth, Cemetery, Fountain City, Wisconsin 2002.
Alec Soth, Cemetery, Fountain City, Wisconsin 2002.

Alec Soth, sguardo contemporaneo insostituibile sulle complessità e le contraddizioni di un’America delle periferie, degli spazi sconfinati, delle disperate solitudini di certi interni, è figlio dei grandi reportagisti made in U.S.A.: da Walker Evans a Stephen Shore, da Joel Sternfeld a William Eggleston e su tutti, l’immenso Robert Frank. Il suo primo libro, Sleeping by the Mississippi (2004), è un diario fotografico che racconta (seguendo il filo conduttore non dichiarato del sonno/sogno con allusioni sparse a letti e brande dove trovare riposo), in un’alternanza continua di generi, un’umanità ferita, con sogni terribilmente fragili e sfrangiati,  sconfitta, spesso segnata da un conflitto interiore che non trova risposte e si risolve in stanze vuote, ritratti perplessi, paesaggi dove la presenza dell’uomo si confonde, si smarrisce, resta schiacciata dentro una rotazione bipolare di presenze e assenze.

Un viaggio fatto di scatti che sembrano canzoni, dove il fiume è un rumore bianco nella testa, un tappeto costante, mai ingombrante: resta spesso ai margini o viene rammentato da fotografie dentro ad altre fotografie, suggerito da qualcosa che luccica sullo sfondo delle immagini, o diventa giaciglio nervoso e inquieto di oggetti abbandonati, carichi di una malinconia allucinante. Ma resta sempre parte del discorso, come un filo trasparente che lega insieme tanta umanità alla deriva.

Ci si può riscaldare, sotto la gioia elettrica di una stazione di benzina (Cemetery, Fountain City, Wisconsin 2002), solenne come un santuario, mentre incombe la montagna sopra di noi ad accogliere tronchi d’albero e lapidi, a disporli entrambi in ordine armonioso sulla terra coperta di neve, come fossero tessere giganti di un domino che non avrà mai fine (F. De André, Recitativo). O incontrare per caso un uomo senza età e scoprire nella montatura dei suoi occhiali rotondi, il riflesso di sogni che ancora bruciano, che contro ogni previsione e lucidità ribollono, scoppiano, producono calore buono a far decollare i suoi giocattoli (Charles, Vasa, Minnesota 2002). Non importa se a noi questo individuo sembri un po’ folle, lui sa qualcosa che  ignoriamo e non basterà una vita intera per arrivare a capirlo.

Tutto quello che posso dire e’ che la mia vita e’ piena di bellezza
mi piace guardare le pozzanghere con la pioggia che zampilla
e tutto quello che posso fare e’ solo preparare del the per due
ed esternare il mio punto di vista ma non e’ sano , non e’ sano
io voglio solo che qualcuno mi dica
saro’ qui quando tu ti sveglierai

(Blind Melon, No Rain)

Alec Soth, Charles, Vasa, Minnesota 2002.
Alec Soth, Charles, Vasa, Minnesota 2002.
Alec Soth, Helena, Arkansas 2002.
Alec Soth, Helena, Arkansas 2002.
Alec Soth, Mother and Daughter, Davenport, Iowa 2002.

Lungo il fiume si incontrano esistenze perdute, impantanate nell’acqua bassa e melmosa di cose andate storte: una madre e una figlia intercambiabili, sovrapponibili, indistinguibili, mentre come sirene malate non sanno più cantare con gli occhi e si allungano fino a toccarsi: cambiano, si confondono, una diventa l’altra e nessuna è più se stessa. E noi restiamo imbarazzati a contemplare la fantasia dei vestiti, il telo squallido, verde acqua, messo sul divano per evitare che si sporchi, la sigaretta appena accesa, la parete rossa dietro ai capelli umidi (Mother and Daughter, Davenport, Iowa 2002).  Si può girovagare senza meta e imbattersi in piccoli monumenti della storia culturale nazionale, malandati e avvincenti come le vicende che raccontano: la casa d’infanzia di Johnny Cash (Johnny Cash’s boyhood home, Dyess, Arkansas 2002), poco più grande di un modesto container, incastrata fra due minacciosi alberi spogli che la fanno sembrare ancora più piccola e intorno terre coltivate a perdita d’occhio e cielo, tanto cielo che scivola svelto, senza rimorso, come l’acqua impetuosa del fiume, nei tratti in cui viene messo alle strette. O entrare in appartamenti (Jimmie’s Apartment, Memphis, Tennessee 2002) pieni di simboli e icone che ci ricordano dove siamo, che raccontano di come è nata una forma differente di ribellione (il blues ad esempio), del perché è nata, del passato di un paese che non riconosce mai le proprie colpe e di atroci errori di percezione che uomini biondi col volto suino si ostinano a perpetrare ancora oggi. E ogni volta, ad ogni tappa, troviamo musica nuova (come se Alec Soth stesso ne cercasse ovunque delle tracce), diversa, che ci trasporta altrove, ci aiuta a respirare, ci anestetizza mentre siamo sempre ostinatamente insoddisfatti.

Look me in the eye
Then, tell me that I’m satisfied
Was you satisfied?
(The Replacements, Unsatisfied)

Alec Soth, Johnny Cash's boyhood home, Dyess, Arkansas 2002.
Alec Soth, Johnny Cash’s boyhood home, Dyess, Arkansas 2002.
Alec Soth, Jimmie's Apartment, Memphis, Tennessee 2002.
Alec Soth, Jimmie’s Apartment, Memphis, Tennessee 2002.
Alec Soth, Frankie, Ferriday, Louisiana 2002.
Alec Soth, Frankie, Ferriday, Louisiana 2002.

C’è una fotografia (Cape Girardeau, Missouri 2002)  di Soth che è il cardine saldo attorno a cui ruota l’intero lavoro sul Mississipi.
Se diamo un’occhiata veloce e distratta, sembra uno scatto insignificante, ma dentro c’è tutta l’essenza di questa bizzarra passione di ritagliare immagini dal libro del mondo. In una costruzione di pura sintesi (una fotografia concettuale in piena regola) vediamo ben scanditi i due piani in cui è diviso il frame, tagliato da un’inequivocabile e leggermente obliqua linea nera: la parte superiore, quasi astratta, presenta una serie di motivi geometrici che sono tracce, impronte di un’assenza, cose che non ci sono più (segnalate pure da qualche chiodo rimasto senza scopo) ma che la luce non ha mancato di registrare sulla carta da parati, aprendo un discorso importante sulle specificità del medium in questione; la parte inferiore invece ci informa del luogo in cui ci troviamo, una fotografia dentro la fotografia ce lo comunica, non ci siamo allontanati dal Mississippi, l’intimità dell’interno e il paesaggio naturale fuori dalla porta dialogano in modo costruttivo. Ci sono due fotografie in questa cornice (le tracce sul muro e il fiume nella cartolina) , entrambe prodotte dall’azione della luce e del tempo. Quello che cambia è solo il supporto.

Alec Soth, Cape Girardeau, Missouri 2002
Alec Soth, Cape Girardeau, Missouri 2002
Alec Soth, Luxora, Arkansas 2002.
Alec Soth, Luxora, Arkansas 2002.
Alec Soth, Bonnie (with a photograph of an angel), Port Gibson, Mississippi 2000.
Alec Soth, Bonnie (with a photograph of an angel), Port Gibson, Mississippi 2000.

Leggendo Verso la foce di Gianni Celati, altra escursione lungo gli argini di un fiume più corto (e questa volta nostrano, il Po), scopriamo come l’umanità abbia una sua intrinseca familiarità e i personaggi che lo scrittore di Sondrio delinea durante il suo viaggio somiglino incredibilmente a quelli che Alec Soth documenta con la sua fotocamera. E i luoghi, anzi i non-luoghi, teatri timidi e banali dove si intrecciano vicende di una semplicità disarmante, hanno lo stesso sapore imperfetto del caos quotidiano, lo stesso caso che fa crescere un tronco d’albero al centro di quella che è stata la sala da pranzo di una casa padronale e adesso è solo un rudere. Non ci sono paesaggi da cartolina, corpi perfetti, sguardi fuoricampo cinematografici: c’è una donna con una permanente improbabile che mostra orgogliosa quella che ritiene essere la prova fotografica di un angelo in volo; un salotto all’aperto (con tanto di bandiere americane) nel mezzo di un bosco sporco e desolato, dove si può riposare le gambe e riaccendere i desideri con birra e superalcolici; lo scheletro di un letto, gettato in mezzo alla vegetazione come un cadavere da occultare.

Alec Soth, 2002.
Alec Soth, 2002.
Alec Soth, Herman's bed, Kenner, Louisiana 2002.
Alec Soth, Herman’s bed, Kenner, Louisiana 2002.

Quella che passa di qui e scivola via in un attimo è la vita vera, disonesta e sadica, struggente e sudicia, spesso ridotta alle poche briciole che restano sul tavolo, alla fine di una massacrante giornata di lavoro. Il sogno è un privilegio da ricchi, necessita di letti confortevoli e cuscini dorati. Il sonno, al contrario, è qualcosa che rimandiamo, per trovare nella giornata ormai finita un senso, un motivo che ripaghi la merda di tutte le ore già bruciate. Ma il sonno ad un certo punto ci afferra e ci porta via con la stessa energia del fiume, con la stessa prepotenza del tempo. Mettendoci davanti alla realtà di ciò che siamo: qualcosa che, semplicemente, scorre.

Io e i miei pensieri siamo fiori sparsi
un oceano in tempesta, una luna dolce.
Devo partire per ritrovare la mia strada
guardare la strada e memorizzare
questa vita che mi passa davanti agli occhi.
Nulla va nella mia direzione.
L’oceano è l’obiettivo del fiume,
un bisogno di finire che le acque conoscono…
(R.E.M., Find The River)

Alessandro Pagni

[1] Gianni Celati, Verso la foce, Milano, Feltrinelli, 1989, p.126.