Prima domanda fondamentale a cui rispondere: chi sono i Dunk? Per seguire la consuetudine del lessico musicale, i Dunk sono un supergruppo formato dai fratelli Ettore e Marco Giuradei, già noti alle cronache dell’underground cantautorale italiano, Carmelo Pipitone, chitarrista di Marta Sui Tubi e membro, insieme a Pat Mastelotto dei King Crimson, degli O.r.k. e Luca Ferrari, batterista dei Verdena. Un poker d’esperienza, insomma, che cerca di inserirsi nell’affollata scena musicale indipendente a colpi di alternative rock psichedelico.

Secondo domanda fondamentale: ci riescono? Sì, brillantemente. Con il loro disco d’esordio, “Dunk”, ci regalano 30 minuti di musica ben congeniati: un alternarsi di ballate cantautoriali e brani muscolari dominati dalla martellante Ludwig di Luca Ferrari. Il gioco è chiaro fin dall’inizio con “Intro” e “Avevo Voglia”. Se nella prima a sorreggere la voce di Ettore Giuradei c’è solo una chitarra acustica, nella seconda il battito aumenta e si scoprono le carte: la chitarra di Carmelo Pipitone dà il giusto equilibrio fra tecnica e semplicità; la potenza c’è ma non viene sprecata.

Segue “Mila”, uno dei brani più riusciti del disco. Il ritmo rallenta e ci si ritrova in un’atmosfera quasi progressive rock alla Pink Floyd (quelli di Gilmour però). Il pezzo si evolve in modo magistrale con un sezione centrale dove le tastiere di Marco Giuradei ci guidano dolcemente verso un finale esplosivo. Ma subito si ritorna dall’altro lato, quello più energico, con “È Altro”. Qui a spiccare è il testo del brano, un mix di poetica nichilista, surrealista e romantica che funzionerebbe anche senza musica.

Hanno acceso le stelle
e la meraviglia mi raccoglie
ma non sa di niente
pesco l’angolo vivo del tuo sguardo
e sento che il mondo esiste
dentro un sogno gigante
di un’anima nera vestita di bianco

La parte centrale del disco si apre con “Spino”, che alterna strofe dal ritmo incerto a un ritornello che deflagra tra le ruvide chitarre distorte. Il feeling fra i quattro è perfetto e Luca Ferrari si conferma fra i migliori batteristi rock italiani, con il suo stile eterogeneo senza evidenti punti di riferimento. Con “Ballata 1” si ritorna al 3/4, ma il brano stavolta sembra trascinarsi troppo nella sezione centrale senza aprirsi abbastanza nel finale. Una prova del delicato equilibrio creato dai Dunk, che si ritrova nella semplicità di “Amore Un’Altra”.

Con l’ottavo brano, “Stradina”, il disco raggiunge il suo punto più alto. In poco più di quattro minuti è racchiusa l’identità del progetto: le qualità tecniche dei singoli si uniscono alla ricerca di una complessità musicale che sappia trasmettere emozioni in modo semplice e diretto. Non è difficile isolare alcuni riferimenti musicali di partenza, dai Verdena ai Marta Sui Tubi, come è ovvio che sia, alla tradizione cantautorale di De André e Guccini fino al rock anni ’70, ma il risultato è un’alchimia sonora magari non originalissima, ma impeccabile fino alla fine. “Ballata 2”, più riuscita della sorella maggiore, ci porta infatti verso il finale del disco permettendosi il lusso di citare Murakami. Con “Noi Non Siamo” Ettore Giuradei ci ricorda invece che la semplicità è alla base di ogni buon testo, mentre il loop finale di “Intermezzo” ci lascia in sospeso e ci ricorda che il cantiere Dunk rimarrà aperto.

“Aprire le finestre delle pareti dello spirito per fare entrare aria fresca
è un pensiero una speranza che ho sempre in testa
mentre semplicemente scrivo
senza bisogno di ragionamento”

Ma già alla prime fasi di questo nuovo, e speriamo duraturo, progetto i risultati sono eccellenti. C’è ancora qualcosina da aggiustare, ma la sensazione è che la vecchia (neanche tanto in realtà) guardia riesca a spazzare via la nuova ricordando che per fare buona musica non basta quell’ironia postmoderna che sembra essere diventata la base artistica di ogni progetto indipendente italiano; ricordando che la via giusta non è banalizzare ma banalizzarsi, rischiare di suonare un po’ antiquati, magari un po’ derivativi, magari anche sdolcinati, stucchevoli, ma comunque sinceri. Trasmettere emozioni al di là di tutto e come primo obiettivo artistico. Una capacità che fa entrare i Dunk in un club di artisti sempre più ristretto in Italia.
Il che di porta alla terza domanda fondamentale: a quando il nuovo disco?

Noi non siamo
siamo in quello che ci manca