Quando si pronuncia il nome “Jim Carrey” è matematicamente impossibile che le persone intorno non si avvicinino interessate a dire: «Ah sì, mi piacciono i suoi film»  (n.d.r. tecnica testata con successo per socializzare ai party radical chic). Questo perché Carrey, classe 1962, divenuto celebre come stand-up comedian, canadese naturalizzato americano, è uno degli attori più versatili e mostruosamente bravi dell’ultimo ventennio. Provate a dire il contrario.

Da un po’ di anni però, non compare più sotto i riflettori e  forse in pochi, tra i vari ricambi generazionali e il caos indomabile delle copertine patinate, se ne sono accorti.

Dov’è finito Jim Carrey?

La risposta a questa domanda compare su internet qualche settimana fa.

Infatti è recente l’esordio di un mini-documentario di una manciata di minuti, I needed color, che è possibile guardare su Vimeo a questo link, in cui si vede un Jim Carrey totalmente cambiato.

dipinge quadri coloratissimi e brillanti in uno studio a New York. Una passione trascurata e riportata in vita da qualche anno che lo ha aiutato a uscire, anche se non del tutto, da un periodo di depressione.  Quadri folgoranti, enormi, pop e per qualche critico da tastiera vicini al ridicolo e privi di fascino.

Ma non è questo il punto.

                                                                                                                                                                                                             Cosa porta uno degli attori più famosi e ricchi di Hollywood a ritirarsi dal palcoscenico per seguire uno stile di vita quasi ascetico?

Nel recentissimo documentario Netflix, Jim&Andy, alla domanda «Dov’è avvenuto il cambiamento?», Jim risponde:

Da qualche parte nel mezzo della confusione, da qualche parte nel mezzo della delusione…aver realizzato tutti i miei sogni, avere tutto ciò che un uomo possa desiderare ed essere infelice.

Jim Carrey è sicuramente un caso limite, infatti negli anni precedenti è stato protagonista di diversi fatti infelici; dalla separazione dalla sua ultima moglie, all’accusa, su una lettera scritta poco prima di togliersi la vita dalla sua ultima fidanzata, di essere stato una delle cause del suo suicidio. Insomma, non esattamente bazzecole.

Una depressione quasi obbligata, la sua. Ma lo avreste mai detto dell’attore che ha fatto ridere una generazione intera con film come The Mask o Ace Ventura? Certo, d’altro canto, opere altrettanto monumentali come Eternal Sunshine of Spotless Mind e The Truman show ben rappresentano l’altra faccia della medaglia, ma non arrivano a sciogliere il nòcciolo della questione, che è di portata ben maggiore.

Ormai da qualche tempo, finalmente anche in Italia si sta sviluppando interesse per la stand-up comedy e questo anche grazie ai recenti aggiornamenti di catalogo Netflix. Guardando diversi show, dopo aver riso moltissimo e fatto una cernita di quelli che sono realmente interessanti rispetto ad altri, ci si rende improvvisamente conto che c’è una nota stridente in mezzo alla rapsodia di battute sagaci e sketch esilaranti appena visti.

Praticamente ridiamo dei nostri disagi quotidiani, spesso, senza nemmeno dare troppo peso alla cosa.

Grazie al cielo.

Che sia Luis C.K. a parlare della sua vita post divorzio, o il giovanissimo Bo Burnham a far luce sui rapporti umani nell’epoca  dei rapporti mordi e fuggi, quello che gli stand-up comedian portano sui palcoscenici altro non è che un’analisi, ribaltata in termini umoristici, della realtà che ci circonda ogni giorno.

Ma ponendo più attenzione non è difficile individuare negli stand-up show di molti comici una sottile vena di auto-commiserazione, un’improvvisa sfumatura di “verità sincera”, quella che si rivelerebbe solo a un caro amico e che non si arresta solo ad attestare quanto la vita di tutti i giorni sia tragicomica, ma si spinge fino a mostrare una rivelazione intima e, nella maggior parte dei casi triste, del comico. Ed eccoci giunti al nòcciolo della questione.

Può essere che la stessa specificità che rende il comico capace di far ridere migliaia di persone, sia la stessa che lo porta ad essere più esposto a problemi come depressione e ansia?

Luigi Pirandello, nel suo saggio L’umorismo,  fa combaciare l’origine di quest’ultimo in una particolare attitudine creativa in cui a prevalere è l’elemento riflessivo. In pratica, dopo essersi resi conto della ridicolezza o, più specificamente, dell’umorismo suscitato da qualcosa, la riflessione che ci ha portato a questa sensazione non scompare, ma diventa una sorta di specchio in cui quel qualcosa di ridicolo fa scaturire il sentimento opposto al primo, ovvero, un sentimento di tristezza o di sofferenza.

In parte, basterebbe questa breve spiegazione per renderci conto che effettivamente i comici, i satiri e gli umoristi in generale, sono dei caratteri più sensibili a captare i segnali della società, ma abbiamo voluto scandagliare l’argomento da un punto di vista privilegiato, ovvero quello di chi il comico lo fa per mestiere. Proprio per questo abbiamo rivolto qualche domanda a Saverio Raimondo, stand-up comedian e comico satirico italiano che si impegna costantemente per promulgare un tipo di comicità più aperta e post-impegnata, come l’ha definita Walter Siti, e soprattutto a divulgare il verbo della stand-up comedy nei club di tutta Italia.

-Per cominciare, cos’è per te fare commedia e perché hai deciso di farlo?E secondo te qual è il ruolo che la figura del comico ricopre oggi all’interno della società?

S: Per me fare il comico è stata una scelta molto naturale e senza ostacoli: ho sin da ragazzino sviluppato un forte senso dell’umorismo, sia per la passione che ho sempre avuto come spettatore per  la comicità, sia per sopravvivere (sono sempre stato un eccentrico, basso, timido e con la voce più acuta del normale). Ho coltivato questa mia passione e sin dai 18 anni sono riuscito a farne una professione. Non credo che il comico oggi ricopra un ruolo nella società -in primis perché non esiste più una società. Nel disorientamento generale, il comico può darsi un solo unico obbiettivo: il suo ruolo è far ridere. Che può voler dire tante cose e in questo c’è la libertà e l’individualità del singolo.

-Per te, la figura del comico ha una sorta di inclinazione naturale ad essere soggetta a crisi di depressione o di sconforto per il ruolo che svolge? Puoi motivare la tua risposta?

S: Sicuramente il senso dell’umorismo presuppone una sensibilità acuta e “diversa”; pertanto ti espone e ti rende fragile. Io personalmente non mi ritengo particolarmente incline alla depressione (sono un infelice, certo; ma chi non lo è?), semmai alla malinconia. Quello del “clown triste” è un cliché, che come tutti i cliché è vero, ma come tutti i cliché non esprime le mille sfumature del rapporto fra comicità e tristezza. C’è anche tanta ansia nel comico (almeno nel mio caso), non solo depressione.

-In Italia come ci sente ad essere un comico, o meglio, uno stand-up comedian? C’è  un buon riscontro da parte del pubblico o siamo ancora troppo abituati solo alla comicità “da cinepanettone” ?

S: La stand-up comedy è un corpo estraneo rispetto alla cultura comica di questo Paese. Ma oggi è una realtà, anche se pur sempre di nicchia. Può crescere, ed è quello che sta succedendo; ed è l’unica scena comica viva in questo momento in Italia. Credo che siamo solo all’inizio.

Sicuramente la stand-up comedy italiana è una ventata d’aria fresca che ci auguriamo possa trovare sempre più spazio nel panorama nazionale ed è per questo che è importante supportarla.

In conclusione, è abbastanza palese come Pirandello avesse ragione nel definire il comico come

Una persona che a differenza degli altri è condannata a rimanere sempre in bilico tra pensieri e sentimenti contrapposti; non può concepire un pensiero senza che gliene venga subito in mente un altro contrapposto che lo turbi e lo sconcerti.

In sostanza si potrebbe dire che i disagi psicologici che spesso tendono a colpire i comici, gli umoristi,  possono essere visti come degli stati di consapevolezza talmente alti della realtà circostante che l’unica cosa possibile è cercare un compromesso con essi, compromesso che risiede nell’atto stesso di renderli comici e fruibili dal pubblico, oppure in un atto di fuga dai riflettori, verso realtà più ovattate e meno “esposte”, come nel caso di Jim Carrey.