Appena nell’incipit, lo statunitense Dave Eggers presenta il suo romanzo come un’autobiografia. Realtà difficile da accettare, andando avanti nella lettura – poi ho dato un’occhiata alla pagina Wikipedia dell’autore, ed effettivamente “questa è un’opera di fantasia solo nei rari casi in cui l’autore non è stato in grado di ricordarsi le parole precise di alcune persone e le descrizioni esatte di determinate cose, e ha di conseguenza dovuto colmare le lacune come meglio poteva” (dal colophon di L’opera struggente di un formidabile genio, Dave Eggers, 2000).

Eppure, è così: L’opera struggente di un formidabile genio è la biografia romanzata (fino a che punto, è difficile a dirsi) del giovane Eggers: dalla morte di entrambi i genitori, deceduti a meno di due mesi di distanza l’uno dall’altro, al ruolo “forzato” di genitore nei confronti del fratellino Christopher (Toph) e il conflitto responsabilità/libertà che questo ha comportato. E ancora, si racconta la fondazione e i tentativi di mandare avanti la rivista controculturale Might, l’avvento di Internet, il reality show The Real World, il peso del lutto e del senso del dovere, e tutti gli espedienti, piccoli e grandi, per conviverci.

Adesso, ci sono parecchi punti che rendono L’opera struggente un gran bel romanzo (secondo me). E tanti mi saranno pure sfuggiti, ma vedrò di fare del mio meglio. Partiamo con qualcosa di un po’ tecnico. Anche se non sono capace.

 La narrazione, la meta-biografia, il realismo isterico

 Come dicevo prima, L’opera struggente è fondamentalmente l’autobiografia di Eggers da giovane, dalla morte dei genitori a tutto quello che ne è conseguito. E se dicevo che, leggendolo, si fa fatica a credere alla componente autobiografica, non è tanto perché i fatti narrati sono incredibili: al massimo li definirei – a tratti – surreali. Avete presente Malcolm in the middle? La vita quotidiana di una famiglia americana media disfunzionale, sopra le righe, le cui vicende e situazioni, più o meno comuni, sono portate agli estremi? Qualcosa del genere.

La realtà descritta da Eggers, nello stile del realismo isterico più puro, si distacca dalla normalità quel tanto che basta da fartene dubitare; fatti che di straordinario hanno ben poco si condiscono di visioni, allucinazioni e fantasia (e paranoie, e deliri). L’effetto isterico è rafforzato dallo stile narrativo volutamente prolisso, logorroico, e dall’invadente presenza metanarrativa dell’autore stesso. Succede in un paio di occasioni, infatti, che i dialoghi da alcuni personaggi vengano interrotti dalla “eggerizzazione” degli stessi, che abbandonano il proprio ruolo primario per farsi – apertamente – portavoce dell’autore stesso nell’atto di scrivere il romanzo.

Oltre a questo, è certamente degna di nota la prefazione, volutamente provocatoria, con istruzioni sui capitoli da saltare, schemi per consultare eventuali metafore, ringraziamenti vari (per sedici pagine o giù di lì). E a ben vedere, la provocazione-invasione di Eggers inizia anche prima, nel colophon, in cui l’autore si impossessa dello spazio solitamente adibito ai credits. E se guardi meglio c’è già qualcosina in seconda di copertina, un NON SONO STATO IO A CHIEDERLO tutto in stampatello. E forse, pensandoci bene, il titolo stesso è il primo grande elemento metanarrativo all’interno della (struggente) opera.

Il fascino della megalomania

L’opera struggente di un formidabile genio – come titolo – è senza dubbio la prima cosa che mi ha colpito del romanzo. Esaltato, appariscente, difficile da ricordare quando ti chiedono cosa stai leggendo. E, soprattutto, perfettamente esaustivo dell’atmosfera che si crea nel libro. L’atmosfera che Dave (l’autore e il narratore-protagonista) cerca di creare attorno a sé: un’aura di spensieratezza e invulnerabilità, una leggerezza con cui cerca di avvolgere se stesso e il fratellino Toph, rendendoli agli occhi degli altri (ma soprattutto a quelli, a volte illusi, dello stesso Dave) due figure leggendarie, degli eletti, dei semidei, soli contro il mondo, il cui rapporto è esilarante, drammatico, dolcissimo (struggente).

 Non potete impedirci di guardare con commiserazione i tristi abitanti di questo mondo, tutti quelli che non hanno avuto in sorte il nostro fascino, che non sono stati messi alla prova dalle nostre tribolazioni, che sono privi delle nostre cicatrici e pertanto deboli, gelatinosi.

La condizione dei due fratelli, le cui tragedie li hanno forgiati e resi speciali (tragedie che Dave non esiterà a rinfacciare al prossimo per farsi affittare un appartamento, ad esempio) è uno degli esempi migliori della sensibilità di Eggers, e dell’uso geniale che ne fa: il protagonista sembra spesso e volentieri piangersi addosso e lo scrittore, essendo a propria il narratore, nell’atto di sbattere le sue debolezze in faccia al lettore, le esorcizza, si mette in condizione di alleggerirle, di trattarle con ironia. E, altro elemento importante, mette in pratica ciò che l’Eggers-protagonista cerca di comunicare nella narrazione: l’essere se stessi in un’era (quella della nascita di Internet e dei reality) in cui ognuno ha qualcosa da dimostrare.

Ci sembra che rivelare cose imbarazzanti o private, tipo, che ne so, le nostre abitudini masturbatorie (quanto a me, circa una volta al giorno, perlopiù sotto la doccia), significhi – proprio come per i primitivi che temono che la macchina fotografica gli possa portare via l’anima – che abbiamo dato a qualcuno una cosa che noi identifichiamo come i nostri segreti, il nostro passato e le sue zone oscure, la nostra identità, nella convinzione che rivelare le nostre abitudini o le nostre perdite o le nostre imprese in qualche modo ci deprivi di qualcosa. Ma in realtà è proprio il contrario, di più è di più è di più, più si sanguina più si dà. Queste cose, i dettagli, le storie e quant’altro, sono come la pelle di cui i serpenti si spogliano, lasciandola a chiunque da guardare. Che cosa gliene frega al serpente di dov’è la sua pelle, di chi la vede? La lascia lì dove ha fatto la muta. Ore, giorni o mesi dopo, noi troviamo la pelle e scopriamo qualcosa del serpente, quant’era grosso, quanto era lungo approssimativamente, ma ben poco altro. Sappiamo dove si trova il serpente adesso? A cosa sta pensando? No. Per quel che ne sappiamo adesso il serpente potrebbe girare in pelliccia, potrebbe vendere matite a Hanoi. Quella pelle non è più la sua, la indossava perché ci era cresciuto dentro, ma poi si è seccata e gli si è staccata di dosso, e lui e chiunque altro adesso possono vederla.

L’insostenibile leggerezza del lutto

E se alla parola megalomania, in questo romanzo, si lega la parola leggerezza (o meglio, ne consegue), questa leggerezza è la risposta a qualcos’altro: al peso della morte dei genitori di Dave, al peso dell’assenza e al peso della responasbilità. La leggerezza, sbruffona e incosciente con cui Eggers cerca di affrontare la nuova vita e improvvisarsi improbabile (eppure amorevole e protettivo) genitore per Toph. La leggerezza con cui la morte viene esorcizzata tramite un velo di ironia, a volte perfino grottesca (avete presente la scena de Il grande Lebowski in cui il Drugo e Walter spargono le ceneri di Donny? L’atmosfera è simile).

 “Oh cazzo. Ne lancio un’altra manciata, il più in fretta possibile. Ficco le mani nel sacchetto e afferro pugni e pugni delle minuscole pietruzze. Estraggo le mani e dalle dita me ne sfuggono un po’, qua e là. Sollevo il braccio e altre mi sfuggono andando a cadere tra le grosse rocce bianche sotto di me. Lancio. Le pietruzze fanno tdtdtdtdtdtdtdtd nell’acqua. Mi soffermo a pensare ai dettagli. Dovrei lanciare nello stesso punto o dovrei invece scegliere una direzione differente ogni volta?

E questa leggerezza sembra prevalere anche nei momenti in cui Dave descrive con crudezza ogni singolo sintomo della malattia che affligge la madre, rende improvvisamente poetica la scena – altrimenti parecchio zarra – in cui si immagina una sorta di funerale mistico della donna, ed è la leggerezza di una risata.

Oh sei tremendo! Diceva. Piantala! Ma per vederla ridere avresti dato qualunque cosa, anche perché lei era il tipo che apprezzava una bella risata alle spalle di qualcuno, di Bill, di Beth, delle tue, delle sue, e in quei momenti tutto il resto scompariva, tutte le volte che avevi avuto paura di lei, tutte le volte che saresti voluto scappare, tutte le volte che ti eri chiesto come facesse a vivere con lui, a proteggerlo, e tutto quello che desideravi era solo che ridesse con te”.

E al di sopra di tutto questo, ciò che Eggers comunica è una spropositata voglia di vivere, o perlomeno di sentirsi vivi. Con un po’ di quella leggerezza calviniana che mette le cose nella giusta prospettiva. Un po’ come una di quelle belle canzoni degli Eels, malinconiche il giusto, tragiche e stranamente felici.

 “Why don’t we take a ride away up high through the neighborhood? Up over the billboards and the factories and smoke? I’m gonna fly on down for the last stop to this town. Yeah! I’m gonna fly on down, then fly away on my way

(The Eels – Last Stop: This Town)

  Nicola De Zorzi