Bojack Horseman è una serie che all’inizio è facile prendere con superficialità, ma che col trascorrere delle puntate porta, nella maggior parte dei casi quasi inevitabilmente, a fare una riflessione dalle tinte alquanto dolorose sulla nostra generazione.

Il punto è: com’è possibile che una serie animata che parla di un cavallo antropomorfizzato, alcolizzato e depresso richiami alla nostra mente valori e disvalori condivisi dalle persone che ci stanno intorno?

Questa serie è definita “surreale”, ma quasi a sproposito, in quanto il termine viene utilizzato per indicare esclusivamente la convivenza tra animali con le gambe e umani. In realtà, quello che ci viene mostrato dopo essere andati avanti per qualche puntata è un dipinto perfetto di quelle che sono le nostre preoccupazioni, le nostre paure, le nostre frustrazioni, i nostri errori più ricorrenti e le nostre sconfitte quotidiane.
Bojack rappresenta il dubbio esistenziale che sta dietro all’intrattenimento martellante nel quale siamo inglobati fin dalla nascita.
È paradossale che proprio da una delle più insistenti forme di intrattenimento odierno venga da fare certe considerazioni.
È una delle serie più ricche di dettagli metaforici o allegorici innestati per portare alla luce il doppiofondo drammatico che sta dietro ai colori accesi e alla vita, quella holliwoodiana, ma non solo.
Proprio quest’abbondanza di significati nascosti, mi ha portata a fare una selezione di quelli che potrebbero essere i simboli di interpretazione del personaggio di Bojack e che, ad un’analisi più approfondita, potrebbero ricondursi alla critica dei valori moderni dai quali siamo sopraffatti e sui quali la serie vuole farci riflettere.

La piscina.

Una delle prime cose che mi hanno colpita della serie è stata vedere appeso alla parete dell’ufficio di Bojack il quadro Portrait of an Artist di David Hockney rivisitato con le figure di due cavalli.
Il quadro originale fa parte della serie dedicata alle piscine del famoso artista e rappresenta Hockney stesso che nuota sott’acqua, mentre viene osservato in modo disinteressato da quello che all’epoca era il suo compagno, Peter Schlesinger, che stava per lasciarlo definitivamente.

Oltre che un magnifico omaggio ad un pittore che ha cercato di rappresentare in una serie di dipinti quella che era la vera essenza californiana, con il passare delle puntate diventa un motivo ricorrente, quasi come se fosse il centro gravitazionale intorno al quale ogni cosa si creasse e disfacesse all’interno della trama.
Già dalla sigla, la piscina viene identificata come il luogo intorno al quale gli ospiti delle feste si ammassano per ballare e Bojack cade dopo aver bevuto e avuto l’impressione fallace di cadere dalla balconata; è sempre da lì che la sua amica e ghostwriter Diane, insieme con Mr Peanutbutter, lo osservano affondare come se non potessero fare nient’altro per soccorrerlo.
Proprio come Schlesinger sembra osservare Hockney dal bordo della piscina.

David Hockney, Portrait of an artist (Pool with two figures)

Ma il quadro dell’ufficio, potrebbe non voler indicare solo la piscina come punto focale della serie.

Nel quadro rivisitato i due personaggi si somigliano molto, potrebbero addirittura essere la stessa persona, ehm… anzi, lo stesso cavallo.Quasi come se in quella piscina fosse Bojack stesso a nuotare, sotto la superficie di un mondo dal quale, probabilmente, non riuscirà mai a prendere ossigeno a causa delle sue fondamenta emotive mancanti o, comunque, lese e che lo portano naturalmente a far naufragare ogni buon proposito creato per rimediare all’auto-giudizio che il secondo sé stesso, quello sul bordo piscina, elabora mentre si osserva sbracciare ostinatamente nell’acqua.
È proprio lui, l’incarnazione della voce che ripete insistentemente nella puntata 6X04:

“Sei uno stupido pezzo di merda”.

 

Horsin’ around

È il titolo della serie anni ’90 di cui Bojack Horseman era il protagonista, che raccontava le vicende di un cavallo che si prendeva cura di tre orfani umani, dalle sfumature kitsch tipiche di tutte le soap opera di quegli anni.
Proprio come il protagonista di Birdman, Riggan Thomson, Bojack non riesce a liberarsi dell’alone creato dal suo primo personaggio, ma al contrario di Riggan, Bojack si rifiuta di dissociarsi dal cavallo di Horsin’ Around, anzi, ne prende le difese ogni volta che può, esaltandolo, mettendone in evidenza i risultati positivi e ostinandosi a non voler riconoscere la realtà dei fatti: quello show era spazzatura.
Un po’ come quando da bambini si mette in scena la recita scolastica e si cerca di farla passare come una cosa più seria di quella che è realmente agli occhi dei genitori.

In realtà  tu facevi l’albero sul fondo e la principessa aveva una corona fatta con la cartapesta che era avanzata dai lavoretti di Pasqua. I parenti applaudivano chiedendosi PERCHÈ.

Sempre restando in tema “proprio come…”, non si possono non citare le analogie tra Bojack e Don Draper, il complicato protagonista di Mad Men.
Entrambi schiavi dei loro stessi desideri questi personaggi non riescono a trattenersi dal fare cazzate.
Partono entrambi da una posizione di svantaggio e fondamentalmente sono cresciuti senza l’affetto materno; accusabili di essere alla costante ricerca di qualcosa che gli manca per sentirsi pienamente adatti al contesto e colpevoli di non capire che non è importante adattarsi al contesto, quanto riuscire a stare in un determinato ambiente restando fedeli a sé stessi senza doversi necessariamente conformare al resto. E qui qualcuno potrebbe alzare il dito e dire:
«Ma loro seguono semplicemente le loro le pulsioni e questo è un bene, perché sono liberi di fare ciò che vogliono.»
Senza fare discorsi troppo moraleggianti, la libertà  è ancora un argomento soggettivo, la schiavitù invece, ha confini ben precisi: assecondare compulsivamente solo le proprie pulsioni è proprio uno di questi.

La sigla

Patrick Carney (batterista dei Black Keys) ci ha regalato un sogno con la theme song di Bojack Horseman. In un climax ascendente di suoni lounge e jazz che si intrecciano meravigliosamente tra loro, veniamo catapultati davanti ad immagini che rappresentano più o meno il sunto di quella che è la vita del nostro antieroe post-moderno.Tutto inizia con l’immagine della villa di Bojack.
Ecco.
La vita di Bojack è proprio come la sua villa.
Apparentemente bellissima e imponente, ma le cui fondamenta sono posate sull’orlo di un burrone e, per di più, sembrano troppo fragili ed esigue per sopportare quella mole.
Bojack apre gli occhi, è nel suo letto, resta immobile per quasi tutta la durata della sigla con uno sguardo tra l’attonito e l’indifferente; le uniche cose che si muovono sono lo sfondo, che ci mostra lo scorrere del tempo e gli occhi di Bojack, che diventano sempre più torbidi e annacquati di alcool.
In questi primi 30 secondi ci viene già svelata quella che è l’antifona di tutto il film: Bojack è costantemente sopraffatto dal mondo che gli ruota vorticosamente intorno senza che lui faccia niente e la sua sopraffazione lo rende allo stesso tempo impressionato e passivo a tutto, anche e soprattutto, a sé stesso.
La tecnica che si usa in questa manciata di secondi (far scorrere lo sfondo dietro il personaggio immobile) è usata come espediente scenico nel teatro, e viene riadattata anche in libri come, ad esempio, La ricerca del Tempo perduto di Proust. Si usa per dare l’idea del movimento nonostante il protagonista stia fermo sotto gli occhi del pubblico.


Un movimento statico. Come quello delle onde emozionali che investono Bojack, facendolo oscillare tra il cinico e il depresso, il depresso e l’euforico, l’euforico e il razionale.
La sigla si chiude con Bojack che, caduto nella sua piscina, viene accecato dalla luce di un elicottero e improvvisamente si sveglia sul suo materassino, a galla nella sua piscina.
Tutto un terribile incubo? Può darsi.
Ciò che si tende a provare nei confronti di Bojack Horseman è un doloroso affetto, che a tratti si tramuta in auto-compassione per noi stessi e l’epoca di banalità anestetizzante in cui viviamo.
L’essere schiavi dei propri piaceri per distrarci da quel ronzio esistenzialista prodotto dalla nostra coscienza, il lasciar scorrere il flusso degli eventi intorno a noi come la sigla di Bojack e il voler raggiungere sempre obiettivi alti quanto futili per poi restare inesorabilmente insoddisfatti ad ogni traguardo raggiunto, sono i dettagli che questa splendida serie animata fa emergere dal suo bizzarro protagonista grazie ad una corona di fatti, oggetti e citazioni epifanici che la rendono la serie simbolo di questi anni.