Premessa. È fondamentale, per avere una comunità consapevole e indipendente, che l’Informazione sia (a proposito di ogni argomento) distribuita nella maniera più semplice possibile e soprattutto scevra da ogni pregiudizio o interpolazione editoriale. La finalità di ogni buona testata giornalistica è quella di informare e non di creare un’opinione a partire da quella dell’autore del testo. Certamente la formazione dell’opinione pubblica passa dalla lettura, la visione o l’ascolto di documenti – anche filtrati da una vena polemica “intuibile” – che hanno la funzione di rendere partecipe il lettore di fatti e dibattiti che si affrontano nel contemporaneo e da punti di vista analitici diversi ed equilibrati, ma è fuor di dubbio come la creazione di opinione volutamente indirizzata a instillare idee in “malafede” sia un altro mestiere da quello dell’operatore d’informazione, del giornalista.

I lettori non vanno trattati come stupidi. Proprio perché il lettore non ha bisogno di idee impacchettate e pronte all’uso – se rispettato nella sua intelligenza e capacità di comprensione della realtà – per scagliarsi contro questa o quella categoria per attacchi, offese e persecuzioni fino all’annientamento totale di ogni forma di vita simile, sono da considerare ignobili e fuori da ogni etica professionale certe dichiarazioni di personaggi politici e testate nazionali sugli ultimi casi di cronaca che hanno destato attenzione: gli stupri (non lo stupro!) di Rimini e il caso della bimba morta di malaria a Brescia. Se alcuni politici fanno il proprio mestiere aizzando la folla ergendosi come eroi della patria, taluni giornali fanno in modo che quella folla venga resa compatta verso la strumentalizzazione politica, nella maggior parte dei casi un gioco molto più grande del singolo caso di cronaca: immigrato ladro uguale restringere accoglienza, Europa egoista uguale protezionismo estremo, e via discorrendo in altre generalizzazioni da discorso al bar. Fine della premessa.

Sui fatti di Rimini. Successivamente alla notizia dei due stupri avvenuti nei pressi del litorale emiliano, si è infuocato il dibattito già a partire dalla diversa considerazione per i due fatti avvenuti: l’aggressione di una coppia di turisti polacchi, che ha portato all’aggressione dell’uomo e alla violenza sessuale per la donna, da subito saltata all’occhio e strillata in quasi tutte le testate principali italiane; la violenza sessuale di una donna trans, agli esordi della diffusione della notizia, passata decisamente in sordina (per ragioni che superano l’umana comprensione). Una turista che viene in Italia a divertirsi e subisce un orribile abuso suscita compassione, una prostituta violentata semplicemente non fa scalpore. E si tratta solo della punta dell’iceberg: tralasciamo, anzi, ignoriamo completamente tutti i commenti di una leggerezza disarmante e disumana a proposito delle violenze subite dalle due vittime e passiamo a tutto il dibattito sugli immigrati cattivoni.

Il gruppo di amici arrestati, due dei quali si sono consegnati spontaneamente alle autorità anche sospinti dai genitori delusi e incazzati con i propri figli, è composto da tre minorenni e un capobranco maggiorenne, ma soprattutto da ragazzi di origine africana, per la precisione un congolese, un nigeriano e due marocchini. Quest’ultimo elemento, le origini, ha suscitato le reazioni più importanti dal punto di vista mediatico (che ormai vuol dire inerente ai social, le nuove piazze di discussione): sono partiti in automatico tutti gli insulti facili a un intero gruppo di persone, ovvero tutti coloro che vengono dal continente africano, o comunque gli stranieri in generale, anche se si tratta di una categoria così eterogenea e così diversificata – e per certi tratti integrata – che è molto difficile identificare nettamente un destinatario di alcune dichiarazioni shock dal mondo della politica e del giornalismo. Questo significa prendere per stupidi gli spettatori (paganti) del teatrino. Recitare banalità e generalizzazioni fa solo casino ma scalda gli animi e il cuoricino intollerante di una parte degli Italiani. Saggezze del calibro «difendiamo le nostre donne» oppure «il branco dello ius soli» che a coloro che vogliono rifletterci un po’ su farebbe come minimo spalancare gli occhi dall’incredulità.

I numeri e i fatti. La stragrande maggioranza di persone straniere denunciate per stupro in Italia sono romene, terzi marocchini molto distaccati e solo in coda troviamo centrafricani (già la considerazione degli stranieri è generalizzante ma per semplificare il discorso si procederà così) e già questo mette in serie difficoltà il discorso sulla fantomatica “invasione di uomini violenti che vogliono le nostre donne” – perché se proprio dobbiamo violentarle, queste poverette, facciamolo da noi! – e lasciatemi passare il sarcasmo. Ben oltre la metà delle violenze denunciate sono compiute da italiani, circa un terzo dai già citati stranieri. Il dato però risulta preoccupante se affiancato alla quantità percentuale di questi ultimi rispetto all’intera popolazione sul territorio nazionale: solo l’8% (gli stranieri appunto) sono in grado di generare così tante violenze, in rapporto al restante 92% (gli italiani). Ma finisce qui il discorso? Sono pochi ma letali? No. Non contestualizzando si cade nel travisare questi numeri: solo le violenze denunciate sono oggetto della statistica – e dio solo sa quante violenze domestiche non vengono denunciate – e soprattutto il disagio, la povertà, la delinquenza, l’isolamento in cui versa quella piccola parte della popolazione è talmente grave da generare un danno enorme in proporzione a uno stesso numero di cittadini italiani, certamente meglio assistiti e affiancati dallo Stato. Esistono diversi versanti della questione, ma nessuno deve essere preso a unico riferimento per costruire un discorso universale per conquistare approvazione dall’audience e qualche razzismo in più. Diciamo però una cosa: è veramente stupido credere che tutti gli immigrati siano stupratori violenti a prescindere.

Sul caso della malaria. Aiuto ci hanno portato anche la malaria, non bastava l’ebola! Potrebbe essere la reazione di molti webeti e imbecilli della prima ora dopo il caso della bimba di 4 anni, Sofia, morta agli Spedali Civili di Brescia per un caso di malaria cerebrale. La malattia, in stato avanzato e quindi impossibile da curare, non è stata immediatamente identificata nell’ospedale da cui Sofia proveniva (Trento) ed è arrivata in condizioni disperate, poi tramutatesi in stato comatoso, arrivando alla morte poche ore più tardi. Le ultime indiscrezioni e dati certi parlano di due bambini provenienti dal Burkina Faso ricoverati anche loro a Trento, vicini di stanza di Sofia, affetti da malaria – lo stesso ceppo che ha successivamente colpito la bambina – ma non si è ancora capito come sia stato possibile il trasferimento della malaria da un paziente all’altro (essendo necessaria una zanzara particolare non presente come specie in Italia in numero sufficiente da generare l’allarme). Ed ecco che ritorna la fiera delle baggianate, quelle che non serve neanche imitare per quanto prevedibile sia la generalizzazione su un singolo caso di contagio. L’episodio ancora non accertato è sotto l’attenta analisi di specialisti mandati dal Ministero della Salute nel capoluogo trentino per capire come sia stato possibile il contagio e soprattutto se sia tornata la zanzara Anopheles, quella responsabile del passaggio della malaria da persona a persona (anche se questa seconda affermazione è tuttora presa sottogamba per il semplice fatto che la specie sia stata completamente indebolita e la malattia, quindi, debellata da oltre trent’anni).

Cos’altro? Anche questo discorso ha animato le solite becere conclusioni contro gli immigrati «sporchi, senza controllo» e «liberi di scorrazzare per le strade italiane a infettare i nostri inermi bambini». Ci stupisce? No. Ci opponiamo con forza? Nì, e questo è ancora più triste. Il problema di cui parlare seriamente è la presenza o meno di queste zanzare pericolosissime, per tutti noi, senza discriminazioni di sesso, religione e origini. Deve far preoccupare la questione che, potenzialmente, dopo tanti anni si siano sviluppate zanzare più resistenti e capaci di proliferare a nostra insaputa, al calo dell’attenzione sulla malattia considerata passata, antica. Non va trascurato inoltre che i due bambini del Burkina Faso sono guariti, perché curati adeguatamente e dai primi sintomi, e che ancora non esista un vaccino per la malaria, vaccino che avrebbe salvato una bambina di 4 anni mentre intorno si bisticcia su chi debba entrare o no in Italia e su come evitare di vaccinare i propri figli. La verità è che prendere il lettore per idiota è anche renderlo, lentamente, sempre più tale.