L’internet italiano, insieme al riscaldamento globale e alla disoccupazione giovanile, fa parte di quegli argomenti di conversazione che, in generale, non puoi pensare di tirar fuori senza la consapevolezza di gettare la discussione in una spirale di frustrazione e sfiducia nel futuro.

Abbrutiti da una televisione di stato del tutto indifferente o quasi all’evoluzione del mercato discografico post Nilla Pizzi, vessati da una stampa di settore dominata da ex ragazzi terribili (o presunti tali) troppo occupati a ricoprire di attenzioni onanistiche la propria collezione di dischi del liceo per dedicare al presente uno sguardo che non sia di condiscendenza, i giovani italiani hanno visto nella rivoluzione della banda larga soprattutto lo strumento ideale per far viaggiare il proprio astio oltre i 56kbps.

Per qualche strano motivo però la recente retromania che ha investito la cultura pop internazionale (basti guardare l’ultima collezione VETEMENTS, ripescata direttamente da un rave a caso tra l’88 e il ’95 a Ostia) sembra essere riuscita a farsi strada comunque attraverso le maglie dell’embargo italiano e lo ha fatto assumendo la forma di una generica “nostalgia” per gli anni ’90.

Insomma, per aggiungere brio alla tradizionale dicotomia “cantautorato impegnato verboso” vs “50 sfumature di Hully Gully”, abbiamo pensato bene di rubare ai nostri nonni tutti i trucchi del “si stava meglio quando si stava peggio”  sostituendo però la Guerra e il mercato nero con il Festivalbar, i film di Verdone e il Parma di Callisto Tanzi. Il risultato, oltre  un futuro probabile divorzio tra Cesare Cremonini e una nota marca di gelati per colpa di un più tonico e barbuto Tommaso Paradiso, è tutto name-dropping, dichiarazioni d’amore sghembe, e aperta ostilità.

Da una parte abbiamo i cavallini dell’indie italiano all’inseguimento disperato del Venditti circa “Sotto il segno dei Pesci” o del Battisti del periodo Panella, dall’altra l’orgoglio della provincia (che non è più “meccanica” e vascobrondiana ma genericamente “ignorante”) e tutta la retorica passivo-aggressiva del “Ma che ne sanno?”. Insomma, tutti credevamo che saper suonare L’Amour Toujours col flauto dolce delle medie c’ avrebbe allungato il curriculum e invece, proprio come i nostri nonni, continuiamo non solo a fraintendere il passato ma soprattutto a non capire un cazzo del presente.

“Quindi nemmeno la carta nostalgia è riuscita a salvarci da una puntuale figura da stronzi?” chiederete voi. La risposta è Nì.

Insperata come un parcheggio sotto casa, M¥SS KETA irrompe nelle nostre vite grame a dare finalmente dignità e coerenza filologica all’ educazione sentimentale maturata tra Rete 4 e Italia 1 da tutti coloro che sono nati in Italia dopo il ‘79.

M¥SS KETA, l’eroina mascherata di Porta Venezia (nonché “Donatella Versace di Sesto Cologno Cinisello”), emerge intorno al 2014 dal collettivo milanese “Motel Forlanini” grazie a quella bomba pazzesca che è “MILANO SUSHI & COCA”. La sua prima raccolta “L’ANGELO DALL’OCCHIALE DA SERA” (di cui esistono due edizioni, una poliziottesca ed una più marcatamente acida) mostra fin da subito, senza nemmeno bisogno di passare dal banco di prova del tempo, tutte le carte in regola per diventare (malgrado gli “accanimenti giudiziari e mediatici”) un oggetto di culto, il biglietto da visita di una diva “nata sulle passerelle e morta in un parcheggio”.

Buste, sushi, firme e commissariati: M¥SS KETA è un paradosso vivente vissuto con la leggerezza di un taccheggio alla Standa. Naviga tra le firme della moda più avanguardistica (Hood By Air, Nasir Mazhar) ma poi finisce “fritta in camporella”. Flirta con il terrorismo globale (“me ne fotto della crisi/ il mio uomo è dentro all’ISIS”  annuncia spavalda sulla traccia-manifesto del jihadi-chic BURQA DI GUCCI) e con il mito dei cartelli Sudamericani per poi finire a sfogarsi dalla Leosini (che poi è il corrispettivo LGBT di quell’inspiegabile mania per Alberto Angela che sembra aver colpito l’internet italiano da un po’ di anni).        M¥SS KETA è un’Olgettina col passamontagna che ha costruito sul corpo molle e ormai privo di sensi di Cologno Monzese la sua Sinaloa.

La Milano di M¥SS KETA è sì edgy as fuck ma con i piedi per terra: piste al Mac, after al Picchio e rapine a mano armata da GROM (vero simbolo di gentrificazione).  Parco Forlanini, Bligny 42, Buenos AIDS (nomignolo affettuoso di Corso Buenos Aires ndr): nelle canzoni di M¥SS KETA i luoghi non sono stati mentali, sono strade, piazze, vie e parlano da loro. KETA si fa largo attraverso un immaginario anni ’90 che alterna crimen ed eccesso (“Sono la donna più volgare che conosco/ti faccio a cubi ti butto nel bosco/ Testino mi scattava a più non posso/qualche scatto sarà uscito pure mosso”) all’anti-glamour di certi tormentoni da cronaca estiva à la Studio Aperto (dalle “sneaker rubate”, simbolo della periferia più zarra, a Fabrizio Corona e Olindo e Rosa, VIP sulla guestlist di IN GABBIA). A riprova che la bipolarità di certi anni non la puoi raccontare né con Raymond Pettibon né con Chuck Palahniuk: ci vuole Cronaca Vera.

Se da una parte il tentativo di mescolare la brutalità della cronaca alla vacuità pop (che non è mai del tutto innocente) era già stato ampiamente affrontato in Italia, basti pensare alle licenze pulp della letteratura “cannibale” dei primi anni ’90, dall’altra il primo mixtape di M¥SS KETA ha il merito di accantonare ogni velleità profetica in favore di una spiccata (auto)ironia. Finalmente liberi dal solito cazzodurismo a caso (scusa, DPG) o dalla satira sociale paracula del maschio beta à la Rovazzi (mi vergogno persino a tirarlo in ballo, scusate), per la prima volta (o quasi) si è avuta la sensazione che il sottobosco italiano potesse davvero smettere di ammirare il proprio ombelico e fare i conti con gli strascichi della propria gioventù pop-poraccia, senza snobismi radical chic né incomprensibili nostalgie.

Abbiamo gli strumenti sia per metabolizzare l’ombra lunga del Gabibbo sulle nostre vite passate che per immaginare i prossimi sviluppi della PC Music. Contemporaneamente e senza passare per stronzi.

CARPACCIO GHIACCIATO, l’ultimo EP uscito a Maggio per La Tempesta Dischi, è un disco che grida EDONISMO già dal titolo. Dalla leggera svolta yuppie dei contenuti (COURMAYEUR supera a destra i Pet Shop Boys nella corsa alla traccia più paninara di sempre) si arriva in un attimo alla produzione super smooth di gente del calibro di Populous, Riva e Carlo Luciano Porrini. XANANAS, primo singolo estratto, prodotto proprio da Populous mescola sedativi e personaggi della mitologia notturna milanese (“c’è Franchino nel mio TBT”) per confezionare la colonna sonora della tentazione perfetta di un qualsiasi pomeriggio feriale. MEDITERRANEO e BASTARDA DA STARBUCKS sono un necessario Bignami di Fenomenologia della riccanza, arricchito dall’ebbrezza glamour di certi scandali estivi da Seconda Repubblica (“sto uscendo con un magistrato/vado in crociera e paga lo Stato/non mi risulta che sia un reato/andare in vacanza col mio fidanzato”).

Come e più di LIBERATO (altro iscritto alla Lista Civica Anonimato & Caps Lock), MYSS KETA ha saputo riallacciare il rapporto tra una città che rischiava di scomparire nel tentativo di trasformarsi in un’altra Amsterdam o un’altra Berlino e la sua anima esagerata, ironica, aggressiva. E tutto questo rinunciando alla propria identità per adottare quella di una città intera, facendo i nomi, indicando i luoghi. MYSS KETA confessa, MYSS KETA non si pente di un cazzo.