Da quand’ero ragazzino, la cultura giapponese ha sempre esercitato un fascino particolare su di me. Al punto che, arrivato a quella che si tende legalmente a considerare “maggiore età” e che coincide con quell’età in cui si suppone tu sia pronto a prendere quelle decisioni che poi influenzeranno – nel bene e nel male – il tuo futuro, optai per un percorso universitario in tal senso: andai a studiare giapponese. (Non fu né la prima, né l’ultima delle mie scelte di vita discutibili)

Resta il fatto che un percorso simile ti porta a metterti a confronto con diversi aspetti della cultura in questione. Ti porta a metterti a confronto con un sacco di pregiudizi e luoghi comuni. Ci sono immagini confuse, oppure ben nitide ma fuorvianti. Ci sono cose sapute-per-sentito-dire e tanta disinformazione. Oppure, semplicemente idee basate su impressioni piuttosto casuali.

L’immagine che un profano si fa di una terra lontana (geograficamente e non solo) come il Giappone, molto spesso si tinge di colori esotici e ideali più o meno romanticizzati: tinte e immagini che sanno di stampe Ukiyo-e e teatro Kabuki, e della lente deformante di manga e anime.

Ancora più spesso, alla frase “studio giapponese” (pronunciata in risposta ad una relativa domanda; ho imparato abbastanza spesso a non andare troppo fiero del mio percorso), una delle argomentazioni più comuni era quella che: “Giapponese, eh? Beh, io ne ho conosciuti un po’, e devo dire che sono un popolo di un ordine, di una cortesia e di una civiltà moooolto più avanti rispetto a noi”.

E qui ci fermiamo a riflettere un po’. Non perché la frase di cui sopra sia necessariamente sbagliata. Ma perché è molto… relativa. Come se fosse poi possibile analizzare una civiltà così distante con un paio di frasi preimpostate. Ci sono ordine e pulizia, cortesia, professionalità (non solo lavorativa, proprio a livello esistenziale), correttezza. Ma c’è anche qualcos’altro, quell’aspetto – quella moltitudine di aspetti – che per forza di cose sfuggono all’osservatore occasionale. Solitamente la buona letteratura (e, molto spesso, qualsiasi arte) ci viene in soccorso quando non sappiamo da che angolazione guardare la realtà; la letteratura  (o arte) che la realtà si sforza di analizzarla, ponendosi le domande giuste, quand’anche le risposte non si trovano.

 Era tutto un sogno, vero?” ho chiesto a Kiyomi mentre facevo la doccia, ma lei continuava a piangere e non mi ha risposto. Ho sentito qualcosa attaccato ai capelli e l’ho strappato via. Sembrava sangue, ma anche uno di quei molluschi del ristorante italiano che avevo vomitato.
Ho chiesto al cliente di spegnere la luce, poi ho acceso la pen light per illuminare qua e là gli angoli della camera. Il cliente rideva e diceva “Sei proprio un donna oscena” e io, illuminandomi le caviglie nel buio, ho detto “Kiyomi, hai visto? I miei piedi sono al loro posto!”, poi sono scoppiata a ridere anch’io.

(Murakami RyūTokyo Decadence)

 Tokyo Decadence (Topazu in originale) è un romanzo datato 1988 del giapponese Murakami Ryū (ovvero Murakami Ryūnosuke, classe 1952). Più che di romanzo, si tratta in realtà di una serie di racconti in un certo modo collegati tra loro; protagoniste del libro sono delle prostitute, alle prese con un disperato tentativo di riscattare la propria vita e la propria dignità.

Murakami Ryu
Murakami Ryu

Grottesco e freddo, crudo e asettico come un autospia, il Giappone di Murakami è lo specchio deformante che mette in evidenza in modo insopportabile i maggiori difetti di una società che, spesso e volentieri, cerca in ogno modo di nascondere. Emarginazione e apatia, indifferenza, crudeltà pura perfino. E, valvola di sfogo necessaria a sopportare tutto questo, la perversione: comportamentale e sessuale, il lato più visibile, anche se semplicemente consequenziale della decadenza evidenziata dal titolo.

Il romanzo di Murakami ricorda molto l’America descritta da Bret Easton Ellis in romanzi come Meno di zero e American Psycho, senza però lasciar trasparire in alcun modo una possibile gioia, un possibile sollievo nella bestialità e nella distruzione.

Celebre scena del film omonimo (1991)

Per altri versi Tokyo Decadence trova un proprio corrispettivo cinematografico in Visitor Q di Miike Takashi. La famiglia al centro della pellicola è una prefetta rappresentazione del lato più sordido della società giapponese: bullismo e alienazione, violenza e repressione carnale. Ma se, nel film, a tutto questo viene trovata una “soluzione” grazie all’inaspettato e provvidenziale arrivo dell’ospite senza nome, la visione di Murakami è molto più cupa: la gioia dissacrante della violenza è percepita come sotto anestesia: si ha l’impressione che perfino i personaggi siano poco più che spettatori delle loro stesse vite; si vede tutto, si sente poco o niente. A parte uno strano freddo pesante, che più che dolore è malessere.

La scrittura di Murakami, così apatica, è lo specchio riflesso di quel lato della sua società che voleva descrivere: la disumanizzazione in seguito al boom economico che ha inghiottito ogni cosa, portando ricchezza ma impoverendo, secondo l’autore, il Giappone di una non trascurabile componente umana.

Nicola De Zorzi