Il 7 Giugno ad Helsingborg, cittadina svedese della Scania meridionale affacciata sulla Danimarca, aprirà i battenti il Museo del Fallimento. Lo scopo di questa moderna Wunderkammer, quasi cucita su misura per il micro-cinismo quotidiano dell’ “Età del “Mai-Na-Gioia” (spoiler: neanche 20 o 30 anni fa la gente s’ammazzava di risate ma non cercava nemmeno di monetizzare le rotture di palle), è esporre alla curiosità compassionevole (e all’inevitabile ludibrio) dei posteri circa 60 prodotti nati con le migliori intenzioni e morti, quando non nelle aule di in tribunale, sullo scaffale.

Sul fondo di queste tristi storie (pensate a quante cazzate partorisce il mondo ogni singolo minuto e pensate a come dev’essere guardarsi allo specchio sapendo di aver messo la firma su qualcosa scelto come prototipo di cazzata: questa è la misura della tristezza), giace però un messaggio di grande speranza: “The majority of all innovation projects fail”.

Se è vero che ad uno sbaglio corrisponde spesso l’errore di un singolo o comunque di pochi, quando si parla di un fragoroso fallimento nessuno può dirsi completamente al riparo. Magari non siamo stati noi a tirare fuori l’idea di un paio di occhiali da quasi 2000 euro per guardare un video su Youtube mentre porti fuori il cane (o balli il vogue), ma se qualcosa del genere è stato sviluppato su un’idea, anche molto distorta, di quelle che potrebbero essere le nostre esigenze, beh, allora anche noi siamo parte del problema.

La storia, a prima vista tutt’altro che inspiring, di Ben Hopkins e Liv Bruce, voce, chitarra, e batteria in ordine sparso dei PWR BTTM, come tutte le storie di fallimenti racconta di noi, pubblico ultra-consapevole degli anni Duemila, molto più di quanto racconti dei suoi disgraziati protagonisti. Gran parte delle persone coinvolte hanno commesso un errore, ma noi, il braccio fulmineo della legge da tastiera, come al solito non c’abbiamo capito proprio un cazzo.

I PWR BTTM, duo queer punk di Brooklyn, nascono al Bard College di New York. A mettere insieme Liv e Ben, oltre al tanto tempo libero, le feste nei corridoi e la passione per Kylie Minogue, è sicuramente un’inclinazione non comune per la scrittura pop. In Cindarella Beauty Shop (2014) prima ed in Ugly Cherries (il loro primo album uscito per la Father/Daughter Records nel 2015) poi, i quasi trent’ anni di punk DIY scaturiti dal movimento Queercore da cui i PWR BTTM traggono la loro ispirazione suonano distanti anni luce.

In un contesto musicale in cui la comunità LGBT comincia appena adesso ad imporsi sul piano mainstream all’interno di generi dove la sua presenza non assume un carattere stereotipale, come sta accadendo ad esempio nell’Hip Hop, la volontà disruttiva di fanzine come Homocore o J.D.s (ospite per un certo periodo della ben più celebre istituzione cartacea della scena punk della Bay Area, Maximum Rocknroll) apparirebbe infatti quantomeno anacronistica, tanto quanto le cassette di gruppi simbolo della sua era come i The Apostles o Vaginal Davis.

La musica dei PWR BTTM, ispirata all’approccio lo fi di band come i The Raincoats e i Beat Happening, non è né arrabbiata né superficiale. E’ una rappresentazione onesta ma assolutamente gioiosa e improntata sulla body positivity di tutto quello che di bello, di brutto, o semplicemente assurdo ti può capitare quando hai 20 anni e provi a cavartela in un ‘America probabilmente più aperta di quella contro cui Bruce LaBruce e soci sputavano rabbia, ma capace di perdersi dentro incomprensioni altrettanto pericolose.

Il retroterra culturale di Ben e Liv, twenty-somethings abbastanza tipici con un trascorso familiare tutt’altro che tragico e uno spiccato senso dell’umorismo fatto di inside jokes e riferimenti alla cultura pop, li avvicina all’ascoltatore medio prima ancora che al pubblico LGBT. Sono gli amici cazzoni con cui fate serata (o che vorreste avere, se solo non foste still in the closet). Sono hipster, vegani, punk, ma sanno quando è il momento di essere frivoli perché guardano RuPaul. Si gettano in faccia secchiate di glitter per sottolineare che sono queergender (perché glitter = gay) ma lo fanno citando Reza Abdoh (quindi glitter = colto, chiaro no?).

Colorata, non banale, immediatamente riconoscibile: l’immagine pubblica dei PWR BTTM (prima dell’11 Maggio scorso) è esattamente l’idea di indie queerness che tutti, stampa di settore in primis, stavano aspettando. La montagna silenziosa della scena DIY, dei safe spaces e delle etichette indipendenti ha partorito un topolino pronto per Pitchfork.

Alla vigilia dell’uscita del loro secondo disco i PWR BTTM sono più lanciati che mai. Con la benedizione di Rolling Stone, NPR, Noisey (“PWR BTTM Is America’s Next Great Rock Band”), e persino del New York Times, Pageant, un album sensibilmente più ambizioso del precedente per il quale affermano di essersi ispirati al folk dei Neutral Milk Hotel, sembrerebbe avere tutte le carte in regola per segnare lo snodo cruciale della loro carriera, una sorta di momento alla Almost Famous: il momento in cui cominciano a farti domande sui dischi che fai invece che su come sia fare musica quando sei genderqueer, per esempio.

Con un tempismo da telenovela però, le cose prendono una piega ben diversa.

L’11 Maggio, con un post su un gruppo chiuso al pubblico di Facebook, DIY Chicago, Kitty Cordero-Kolin ha accusato Ben Hopkins di aver molestato in più occasioni persone facenti parte del pubblico dei suoi concerti, di bullizzare altre band queer (forte della sua posizione privilegiata all’interno della scena), e, a coronamento di un quadro già di per sé desolante, di avere simpatie anti-semitiche, testimoniate da una vecchia foto in cui posa sorridente sulla spiaggia accanto ad una svastica (a proposito della quale in realtà si era già scusato mesi prima).

Insomma, Ben Hopkins dei PWR BTTM è un vero stronzo. Ma c’è di più.

Sull’onda del clamore generato di queste prima affermazioni, già di per loro molto gravi, è arrivata l’intervista anonima di una delle presunte vittime a Jezebel. Jen, lo pseudonimo scelto dal ragazzo/ragazza, parla di più episodi nell’arco di un mese e ancora una volta fa riferimento a due elementi ricorrenti di questa storiaccia: la semi-immunità nell’ambiente data dalla posizione di prestigio occupata dal cantante/chitarrista e la presenza di molte altre storie identiche alla sua.

A seguito di accuse così pesanti, la band ha affidato ad un post sulla propria pagina Facebook tutta la propria incredulità rispetto alla faccenda commettendo nell’ordine due errori colossali.

Prima ha dichiarato che nessuno dei due era mai venuto a conoscenza di episodi simili, affermazione immediatamente smentita dalla diretta interessata che ha invece rivelato di aver parlato mesi prima dell’accaduto direttamente con Liv, che quindi era perfettamente a conoscenza dei fatti. Poi, con una mossa semplicemente incomprensibile, ha aggiunto che chiunque fosse stato ferito in passato dal comportamento di Ben avrebbe potuto rivolgersi ad un indirizzo di posta elettronica aperto dalla band (che non avrebbe avuto comunque accesso al contenuto delle e-mail) ma gestito da un professionista del supporto psicologico. Nel messaggio, il gesto è così giustificato “Unfortunately we live in a culture which trivializes and normalizes violations of consent”. Che in pratica significa: “Per quanto ne so potrei anche essermi comportato da animale ma non me ne sono accorto perché la società fa schifo e quindi, a volte, potrei far schifo anche io”.

Il risultato di questa strategia difensiva tutt’altro che di ferro è stato lapidario: nel giro di due giorni sono stati scaricati nell’ordine dalle proprie band di supporto al tour, dagli organizzatori di tutti i festival a cui avrebbero dovuto partecipare (Hopscotch e Bled in primis), dalla propria etichetta discografica, Father/Daughter Records prima e Polyvinyl poi, (la quale si è impegnata persino a ritirare il disco da tutti i negozi e da tutte piattaforme di streaming), e dall‘agenzia di booking, la Salty Artists Management. I PWR BTTM, intesi come band, in pratica non esistono più.

Al contrario, esistono eccome in una vasta selezione di think-pieces a cura delle stesse testate online che avevano contribuito ad alimentare l’hype. Lo stesso Pitchfork, a conti fatti il Nature della musica indipendente, oggi scrive che “Queer Kids deserve better than PWR BTTM” sebbene due settimane prima si preoccupasse di conoscerne le opinioni irriverenti riguardo cose come segni zodiacali, popper e sì, anche “awkward sex” (il video in questione, della serie Over/Under, è stato subito rimosso da Youtube).

Si potrebbe dire che non potevano sapere perché la verità è venuta fuori solo settimane dopo quell’intervista ma dalla rapidità con cui una vera e propria valanga di accuse ha fatto seguito all’intervista di Jezebel (alcune provenienti anche da colleghi come Sadie Dupuis degli Speedy Ortiz) si direbbe che la verità fosse là fuori già da tempo.

La facilità con cui fan e blog hanno condannato i PWR BTTM all’oblio a seguito di un fatto grave (al quale, è bene farlo presente, non risulta essere seguita, almeno per ora, nessuna denuncia) ricorda molto la storia, per certi versi speculare, del producer lituano Ten Walls, espulso da tutti i Festival del Regno a causa delle sue dichiarazioni molto pesanti nei confronti della comunità LGBT. La stessa comunità che, nella misura estremamente parziale e affatto rappresentativa di alcuni commenti sotto i post riguardanti il caso PWR BTTM, ha espresso oggi, per voce di alcuni membri, la volontà di revocare al gruppo e quindi alle persone che vi fanno parte l’etichetta “queer”.

Il desiderio di mantenere qualsiasi forma di atteggiamento discriminatorio o abusivo lontano dai luoghi in cui una scena musicale si esprime (locali, festival, circoli) resta naturalmente il modo più efficace per garantirne la massima inclusività e la sicurezza di tutti coloro che vi partecipano. L’idea però che il diritto a riconoscersi in un’etichetta che esiste per dare un nome all’identità sessuale di una persona passi per l’integrità delle sue azioni ha poco a che fare con la sicurezza e molto con i processi distorti con cui si costruisce attorno ad una band la pretesa di rappresentare un’intera comunità, con tutti i privilegi e le responsabilità che ne derivano.

Ben Hopkins probabilmente era uno stronzo ipocrita anche prima che un post ricevesse migliaia di condivisioni ma il senso di liberazione che la musica dei PWR BTTM, con le loro canzoni che parlano anche di quanto è dura conciliare le nostre ridicole ambizioni con il bisogno di farsi la doccia tutti i giorni (Dairy Queen) o dello strazio dell’attesa che il tipo ci risponda ai messaggi (Answer My Text), ha contribuito a costruire non può uscirne delegittimato.

Aprire gli occhi sull’importanza del tema del consenso, anche all’interno di una comunità generalmente ultra-consapevole come quella LGBT, e liberare ogni etichetta da connotazioni morali inutili e controproducenti (e che appartengono invece al singolo individuo), è probabilmente il solo progresso che possiamo sperare di raggiungere passando da questa triste storia.

Oppure possiamo andare a  sghignazzare del tipo che ha inventato i Google Glass che si fa prima.