Era una gioia appiccare il fuoco.

 

7 febbraio 1497. Nel giorno di martedì grasso, i seguaci del domenicano Girolamo Savonarola perpetrano quello che passerà alla storia come il più celebre dei cosiddetti falò delle vanità: nella città di Firenze, i fanatici condannarono al rogo pubblico migliaia di oggetti simboleggianti la vanità umana. Tra questi oggetti, molti erano libri considerati immorali o profani.

 

Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia.”*

 

6 aprile 1933. In pieno regime nazista, la Deutsche Studentschaft (Associazione degli studenti tedeschi) proclama un’azione contro “lo spirito non-tedesco”. Quest’azione prevede l’epurazione della cultura tedesca da tutte le influenze che potrebbero contaminarla. L’epurazione va attuata col fuoco. Nel 10 maggio dello stesso anno, al culmine di una propaganda feroce, innumerevoli studenti mandano al rogo oltre 25.000 libri; non solamente libri non-tedeschi, ma anche opere di importanti autori nazionali che, come Bertolt Brecht, andavano contro lo spirito nazionalsocialista.

 

Montag ebbe il sorriso crudele di tutti gli uomini bruciacchiati e respinti dalla fiamma.”*

 

29 aprile 1976. Cordoba, Argentina: Luciano Benjamín Menéndez, capo del Terzo Corpo dell’Esercito, ordina un rogo di libri, affinché nessuna parte di quel materiale possa continuare ad “ingannare i figli dell’Argentina”. Vengono bruciate opere di Proust, Neruda, Cortazar, Vargas Llosa e molti altri.

 

Sapeva che quando fosse tornato alla sede degli incendiari avrebbe potuto ammiccare a se stesso, specie di giullare negro, sporco di carbon fossile, davanti allo specchio. Poi, all’atto di coricarsi, si sarebbe sentito quel sorriso, una sorta di smorfia, ancora artigliato ai muscoli facciali, al buio. Non scompariva mai, quel sogghigno, non se n’era andato mai nemmeno una volta per quanto riandasse con la memoria al passato.”*

 

1 febbraio 2015. A Mosul, seconda città dell’Iraq, i jihadisti dello Stato Islamico assaltano la più antica biblioteca della città, ne arrestano il direttore, prelevano oltre 2.000 volumi e li danno in pasto alle fiamme.

 

  1. In Turchia, il governo Erdogan ha fatto arrestare oltre 150 giornalisti e ne ha licenziati a migliaia. Si tratta di rappresentanti di media ostili al presidente. Non c’è nessun rogo, in questo caso, non materiale perlomeno. Ad andare in pasto alle fiamme sono soltanto la libertà d’espressione e d’informazione.

 

Era una gioia appiccare il fuoco.

Con queste parole Ray Bradbury apre il romanzo Fahrenheit 451. Scritto nel 1953 e ambientato in una non meglio precisata città americana in un futuro prossimo al 1960, Fahrenheit 451 è un gioiello della fantascienza distopica. Nella nuova società immaginata da Bradbury, la lettura e il possesso di carta stampata sono proibiti; i pompieri, anziché spegnere gli incendi, armati di lanciafiamme hanno il compito di appiccarli nelle case dei trasgressori. Guy Montag, il protagonista del romanzo, appartiene a questa “milizia del fuoco”. L’uomo, dapprima animato da una sorta di cupo entusiasmo nei confronti del proprio lavoro, comincerà a porsi delle domande sulla sua condizione e sulla società in cui vive: che cosa contengono di così speciale i libri perché la gente metta a repentaglio la propria casa e la propria vita pur di proteggerli? Quando conosce Clarisse, un’eccentrica ragazza di diciassette anni la cui famiglia sembra vivere all’infuori degli schemi sociali imposti, Montag inizia a mettere in discussione la propria stessa esistenza, e in particolare il rapporto con la moglie Mildred, con la quale non riesce a comunicare e che si rende conto di non conoscere davvero. Lui stesso riuscirà a salvare alcuni libri per poi leggerli di nascosto, finendo per rendersi conto di quanto sia profondamente sbagliata la società in cui vive: una società basata sull’indifferenza reciproca e sulla vacuità emotiva, colmata da distrazioni e svaghi inconsistenti e perfino autodistruttivi.

Se si dovesse fare un paragone tra distopie, e mettere a confronto Fahrenheit 451 con 1984 di Orwell, si potrebbe saltare alla conclusione che la distopia di Bradbury sia quasi più gentile: i toni soffusi e la dimensione poetica del romanzo danno un tocco di dolcezza che attutisce l’angoscia soverchiante presente nell’opera di Orwell. Eppure, il mondo creato da Bradbury è tutt’altro che rassicurante. I membri della società descritta nel romanzo sono anime e coscienze in come farmacologico, che hanno deciso di propria spontanea volontà di auto-anestetizzarsi per sfuggire al vuoto delle loro esistenze. Le nuove forme d’intrattenimento sono volte a fornire allo spettatore notizie parziali e selezionate, disinformanti. I libri sono banditi proprio perché considerati dannosi alle menti del popolo.

 “Un libro è una pistola carica.”*

Il tratto più inquietante di questa realtà arriva con la rivelazione che la repressione dei libri non è una manovra governativa imposta: si tratta di un processo evolutivo naturale alla società stessa. In sostanza, qualcosa di voluto e ritenuto necessario all’unanimità, una forma di eutanasia premeditata.

 “La chiusura lampo ha spodestato i bottoni e un uomo ha perduto quel po’ di tempo che aveva per pensare, al mattino, vestendosi per andare al lavoro, ha perso un’ora meditativa, filosofica, perciò malinconica.”*

Pare che Bradbury abbia concepito la propria distopia dopo essere venuto a conoscenza dell’incendio della Biblioteca di Alessandria e dei Bücherverbrennungen  della Germania nazista (lo stesso titolo del libro allude alla temporatura alla quale, secondo Bradbury, la carta avrebbe preso fuoco); da qui nacque la riflessione sulla fragilità del libro e, parallelamente, sulla fragilità della cultura e dell’informazione. Su come queste vengano spesso osteggiate a favore della comodità (non sempre conoscenza e felicità vanno di pari passo) e su come il non farsi condizionare rappresenti un dovere, una fatica immane e un compito di giorno in giorno più difficile, perfino frustrante, eppure necessario.

 “Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, facce senza pori, senza peli, inespressive.”*

Ancora, ciò che maggiormente distingue Fahrenheit 451 da 1984 risiede nella speranza: se, da un lato, la morte della libertà d’espressione, nell’immaginario di Bradbury, è una colpa da attribuire alla società vista come insieme di individui che hanno compiuto una scelta ragionata, il rovescio della medaglia è quasi ottimistico: la colpa può trasformarsi in responsabilità, e la responasbilità può trasformarsi in una nuova speranza di ricostruzione.

Nicola De Zorzi

 

*Ray Bradbury – Fahrenheit 451, 1953; Oscar Mondadori, 2012