Lo scorso 30 aprile, l’emittente statunitense Starz ha mandato in onda il primo episodio del serial American Gods, prodotto da Neil Gaiman (già autore del romanzo omonimo da cui la serie è tratta) e diretto da Bryan Fuller (Pushing Daisies, Mockingbird Lane, Hannibal). Annunciata già dal 2014, la serie aveva defibrillato aspettative – e scetticismo – nel cuore dei fan dello scrittore britannico e del suo gioiellino letterario. Approfittando quindi di quest’evento a lungo atteso, proviamo a spendere due parole non tanto sulla serie, quanto sull’opera da cui è tratta e sulla mente che l’ha creata.

Neil Gaiman

Neil Richard McKinnon Gaiman nasce a Portchester, Inghilterra, nel 1960. Giornalista, inizia la sua carriera letteraria scrivendo racconti di fantascienza e approda nel mondo del fumetto collaborando con Dave McKeen ai comic-books Casi Violenti e Signal to Noise, e poi sceneggiando Black Orchid per la DC Comics; la sua carriera di sceneggiatore sarà poi consacrata dall’enorme successo della serie a fumetti Sandman. All’infuori del mondo fumettistico, Gaiman ha collaborato ad alcune opere televisive (Neverwhere,  serie della BBC da cui avrebbe poi tratto il romanzo Nessundove, alcuni episodi di Doctor Who) e cinematografiche (tra cui pellicole come La leggenda di Beowulf e Stardust, tratto dal suo romanzo omonimo). Ha pubblicato diciassette romanzi e innumerevoli racconti, e rappresenta una delle voci più autorevoli del panorama fantasy-fantascientifico contemporaneo.

 

Un’estetica di inchiostro e polvere

In ambito letterario, quello fantastico è un genere tutt’altro che morto; decine di scrittori cercano ogni anno di entrare nel cuore e nell’immaginazione di lettori d’ogni età. Ad ogni autore corrisponde un universo personale, nei casi migliori perfino originale (anche se si contano sulle dita gli autori che, dopo le mitologie ancestrali di Lovecraft e l’epica teogonica di Tolkien, siano riusciti a creare dei mondi letterari completamente ex novo, senza palesare troppo il debito nei confronti dell’immaginario delle due pietre miliari di cui sopra).

Quello di Neil Gaiman è un universo dai confini ampi, amplissimi, e sfocati. Ampi perché la fantasia dell’autore ha attinto a miti e leggende, al folclore di civiltà e nazioni, a fiabe e religioni. Sfocati perché lo stile di Gaiman tende all’indefinito, alla suggestione più che alla spiegazione. Sono giochi di riflessi e immagini sovrapposte, di disegni di luce nella polvere e inchiostro sciolto nell’acqua.

 “Stava osservando il signor Nancy, un vecchietto di colore con i baffetti sottili, la giacca sportiva a quadri e i guanti color limone, a cavallo di un leone che si alzava e abbassava sulla piattaforma della giostra, alto nell’aria; e allo stesso tempo, nello stesso punto, vedeva un ragno ingioiellato grande come un cavallo, gli occhi una nebulosa smeraldina, che lo fissava tronfio e impettito, e contemporaneamente un uomo di altezza incredibile con la pelle color tek e tre paia di braccia che indossava una fluente acconciatura di piume di struzzo, la faccia dipinta a righe rosse, aggrappato alla criniera di un nervoso leone dorato con due delle sei mani; e vedeva anche un ragazzino nero vestito di stracci, il piede sinistro gonfio e pieno di mosche; per ultimo, dietro tutte queste cose, Shadow vedeva un minuscolo ragno nero nascosto sotto una foglia appassita d’ocra.

(Neil Gaiman – American Gods, 2001)

I mondi in cui si muove Gaiman hanno il carattere sfuggente del sogno e dell’allucinazione; l’atmosfera fiabesca mette in risalto tanto il lato etereo di tale narrazione, quanto quello cruento e primitivo, in una miscela bilanciata e spesso straniante. Sarà per ragioni simili che trasporre in immagini le impressioni che Gaiman suggerisce è un’impresa non indifferente; e non è un caso, quindi, che nella trasposizione cinematografica delle sue opere, l’animazione si sia rivelata un espediente di gran lunga più efficace rispetto al live action (tra il gioiellino stop-motion Coraline e la porta magica, diretto da Henry Selick e prodotto dalla sempre ottima Laika Entertainment, e lo Stardust di Matthew Vaughn, non c’è storia). E prima ancora dell’animazione, la fantasia dello scrittore aveva trovato un ottimo – e probabilmente ancora più efficace – alleato nel fumetto.

Coraline e l'Altra Madre in Coraline e la porta magica (Henry Selick, 2009)
Coraline e l’Altra Madre in Coraline e la porta magica (Henry Selick, 2009)

 

Sandman: gli dèi prima degli dèi americani

Il gusto estetico – ma anche tematico – di Gaiman, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto fortemente folcloristico-mitologico della sua produzione, trova il proprio apice in due opere; una è senza dubbio American Gods, romanzo in cui l’autore incanala la propria potenza immaginifica con grande maturità stilistica e concettuale. L’altra – in realtà la prima in ordine cronologico – è altrettanto imprescindibile alla produzione dello scrittore e potrebbe essere necessaria a capire l’universo in cui Gaiman ci porta nel suo romanzo: sto parlando di Sandman.

Sogno e Morte in Sandman: Il battito delle sue ali (Neil Gaiman - Mark Dringenberg, 1989)
Sogno e Morte in Sandman: Il battito delle sue ali (Neil Gaiman – Mark Dringenberg, 1989)

Nata nel 1989 e pubblicata fino al 1996, la serie di Sandman vede protagonista Sogno, uno dei cosiddetti Eterni (Endless in lingua originale),  sette divinità che incarnano altrettanti aspetti dell’esistenza, e che come l’esistenza stessa sono antichi: Destino, Morte, Sogno, Desiderio, Disperazione, Distruzione, Delirio. L’abilità di Gaiman sta nell’aver interpretato queste entità ancestrali dando loro fattezze derivanti dalle più svariate iconografie culturali (ad esempio Destino è cieco e porta sempre con sé un libro su cui è scritto, nei minimi dettagli, ogni evento del passato e del futuro; Morte è una ragazza pallida dai lunghi capelli neri, Desiderio è androgino e così via) e di accostare a questi cliché un tocco personale: l’aspetto esteriore di queste creature è mutevole, può cambiare a seconda del periodo storico in cui si trovano o addirittura a seconda di chi ha a che fare con loro.

Sandman: L'urlo e il furore (Neil Gaiman, Mark Dringenberg, 1989)
Sandman: L’urlo e il furore (Neil Gaiman, Mark Dringenberg, 1989)

“[…] degli Eterni noi non percepiamo che un aspetto alla volta, così come vediamo la luce scintillare su una minuscola faccia di un’immensa pietra preziosa sal taglio impeccabile.

(Neil Gaiman – Sandman: La stagione delle nebbie, 1990)

Così, Sogno è spesso visto come un uomo “magro come un chiodo, con la pelle del colore della neve che cade” (e somiglia un po’ a Robert Smith) e i dettagli del suo aspetto, con grande abilità da parte di illustratori quali Sam Keith e Mark Dringenberg, sono mutevoli come la realtà dei sogni stessi. L’aspetto cangiante degli Eterni, che cambia a seconda dell’occhio di chi li osserva, è un elemento quasi marginale in un pensiero più profondo da parte di Gaiman: la consapevolezza che l’esistenza degli dèi sia correlata a quella delle creature insignificanti che loro dominano e delle quali, in realtà, sono servitori.

 “Quando l’ultima forma vivente lascerà questo universo, non avremo più nessun compito. E noi non li manipoliamo. Sono loro a farlo, piuttosto. Siamo i loro giocattoli. Le loro bambole, se preferisci.

(Neil Gaiman – Sandman: Cuori perduti, 1990)

Ed è questa visione del dio-in-balia-del-fedele introdotta in Sandman, diventata poi archetipa di Gaiman, il fulcro del romanzo American Gods.

 

American Gods: no Country for old gods

Pubblicato per la prima volta nel 2001 e vincitore di prestigiosi premi quali il Bram Stoker, il Nebula e lo Hugo Award, American Gods racconta la storia di Shadow, un ex carcerato che verrà ingaggiato dal misterioso signor Wednesday come guardia del corpo. L’uomo scoprirà che Wednesday altri non è che il dio nordico Odino, e che il suo incarico consiste nell’accompagnare il dio in un viaggio alla ricerca di altre divinità, trasportate negli Stati Uniti dalla fede dei popoli migrati in America, per convincerle a far parte di una crociata contro i nuovi dèi che hanno preso posto nei cuori e nelle coscienze degli uomini.

Si tratta delle divinità del momento, dèi moderni della tecnologia e delle tendenze, dei media e del comfort. Basandosi su quella concezione “teologica” maturata in Sandman, Gaiman ritrae i vecchi dèi come esseri ammantati di mistero e tuttora dotati di un potere ancestrale, potere che è andato tuttavia affievolendosi sotto strati di decadenza, calata su di loro assieme all’oblio: fanno fatica a tirare avanti, come i protagonisti dei grandi romanzi di Steinbeck e Haruf, come i migranti che hanno seguito nella nuova Terra Promessa. Non più nutriti da quella fede che li rendeva grandi, si sono adattati ad un’esistenza sotto le righe. I nuovi dèi, per contro, stanno vivendo il loro momento di massimo splendore: sono patinati e suadenti e più volte, com’è nella loro natura, cercheranno di tentare Shadow, anziché distruggerlo, per portarlo dalla loro parte.

Questa tematica del vecchio-contro-il-nuovo, che in mani meno capaci prenderebbe la piega di una parabola moraleggiante, non corre questo pericolo attraverso la penna di Gaiman: per quanto la narrazione si serva dell’espediente della lotta tra il bene e il male, i confini spesso si confondono, e le divinità, antiche e moderne, sono caratterizzate dall’ambiguità; la stessa ambiguità che si cela nell’animo degli uomini che le hanno create, un’ambiguità che trasuda dalla atmosfere stesse del libro che, fedele allo stile dell’autore, fonda la realtà con il sogno, la leggerezza dell’epica fantasy con le tinte cupe del noir e le visioni crude della road story più sanguigna.

Sarebbe facile attribuire a Gaiman e alla tematica da lui affrontata un nostalgismo naïf; e se da un lato dargli del nostalgico potrebbe non essere del tutto sbagliato, non è un attributo da affibbiare con superficialità: non ho mai interpretato questa presunta nostalgia dell’autore come qualcosa legato ad un ideale ritorno ad un’arcadica età dell’oro. Al massimo si tratta di una nostalgia autoriale,  la nostalgia per le storie, quando gli dèi erano creature che accendevano la fantasia di quegli uomini che, creandoli, hanno creato l’arte stessa della narrazione e dell’immaginazione.

Nicola De Zorzi