Ho visto che Paul Auster aveva scritto un nuovo romanzo dopo un silenzio bello lungo e la cosa mi ha attratto. Il Libraio Di Fiducia (figura necessaria, come il medico di famiglia o il baretto sotto casa che fa le sfogliatine al gianduia), alla mia richiesta di delucidazioni, ha alzato le spalle e ha detto semplicemente: “Prima o poi vogliono tutti scrivere il Grande Romanzo Americano”. Buona strategia, far leva sulla curiosità senza offire informazioni vere e proprie.

Ora, non sono sicuro di sapere cosa sia davvero il G.R.A., ma la mia seppur modesta esperienza di lettore mi ha portato all’occhio qualche elemento. Da Steinbeck a Roth, da Faulkner a Franzen, da DeLillo alla Yanagihara, il G.R.A. tende ad offrire un ritratto storico – puramente realista oppure allegorico – degli Stati Uniti, con personaggi che rappresentino determinati tratti di una certa epoca e di una certa struttura sociale. Tende a presentare elementi del romanzo familiare, del Bildungsroman, del romanzo generazionale e, spesso, spiccate basi autobiografiche. Questi elementi rendono il G.R.A. un traguardo ideale per molti scrittori, un aspirante magnum opus, un testamento spirituale. E questo tende a rendermi scettico. Ché più le aspettative sono alte, più è facile restare delusi. Ma prima di (provare con grande arroganza a) dare un giudizio su questo 4 3 2 1, sarà il caso di spiegare cos’è.

La copertina di 4 3 2 1 nell’edizione Einaudi, 2017 (dettaglio)

L’America attraverso gli occhi di A.I. Ferguson

4 3 2 1 inizia con lo sbarco a New York di un ebreo russo dal nome impronunciabile, arrivato negli Stati Uniti all’inseguimento del Sogno Americano. La storia prosegue con uno dei suoi figli che si innamora di un’altra ragazza figlia di immigrati e la sposa. E alla fine arriva Archibald Isaac Ferguson; per gli amici Archie, per il lettore Ferguson. Il nostro protagonista.

Ci ritroviamo a osservare i cambiamenti degli Stati Uniti nel loro quarto di secolo più movimentato – dal periodo postcedente la Seconda Guerra Mondiale, agli anni ’60 e ’70 – attraverso gli occhi di Ferguson. Che sono poi gli occhi di Auster: come Ferguson nato a Newark nel 1947, come lui appassionato di baseball, cinema, giornalismo, musica, letteratura – passioni su cui Auster fonda le basi culturali dell’America postbellica. E sono, in maniera altrettanto importante, gli occhi di New York: una città che è un nucleo vitale e culturale, uno specchio dei tempi, di cui Auster si è fatto cantore nel corso della sua opera.

All’interno di  un contesto sociale in continuo mutamento, assistiamo alla crescita di Ferguson, ai cambiamenti che influenzano la sua vita, i suoi sogni e le sue speranze. Fin qui nulla di particolare: come si diceva, romanzo storico, generazionale, di formazione. Ma ecco che entra in gioco l’elemento di rottura: la struttura del romanzo.

Paul Auster

Come guardare una card olografica

La riflessione sulla quale si sviluppano le oltre 940 pagine del romanzo è, in parole (molto) povere, un what if: cosa ne sarebbe di Ferguson se – ad esempio – il negozio di elettrodomestici del padre fallisse? O se, al contrario, la sua famiglia si arricchisse in modo inimmaginabile? Resterebbero le stesse persone che credevano di essere? O se uno dei suoi genitori morisse? O se un incidente stroncasse il suo sogno di diventare un atleta, e a quel sogno ne subentrasse un altro?

Si tratta di un concetto alla base di qualunque storia di realtà alternativa (La svastica sul sole di Dick, tanto per nominarne una), ma portato a una sfera puramente personale, raggiunge il grado di una riflessione esistenziale più intima: cosa accadrebbe a una stessa persona, con le stesse inclinazioni, con gli stessi pregi e difetti – con la stessa essenza – se un elemento fondamentale della sua vita fosse sostituito da un elemento diverso? Se un evento, anche un fatto apparentemente insignificante come una partita di baseball guardata in TV, o invece un rapporto umano, la portasse a prendere una strada anziché un’ altra?

La struttura del romanzo gioca su questa serie di riflessioni: ne nasce una storia che non è lineare ed unica, ma un piccolo multiverso costituito da quattro realtà che scorrono parallele. Il protagonista è sempre Ferguson, ma è un Ferguson la cui vita prende alcuni dei possibili – e  possibilmente infiniti – corsi che avrebbe potuto prendere, per quanto sempre caratterizzati da alcune costanti. La letteratura, l’arte, l’impegno sociale, certe relazioni che sembrano essere dei punti fissi incontrovertibili.

Ho sentito paragonare 4 3 2 1 a una scatola magica, con i suoi giochi di incastri e scomparti nascosti. Personalmente, mi è venuta in mente l’immagine di una card olografica: guardiamo un soggetto da un certo punto di vista e lo vediamo in un modo; ci spostiamo appena e l’immagine cambia, certi dettagli mutano, si muovono, il paesaggio si trasforma.

Insomma

Mi sa che è arrivato il momento che tanto odio: giochiamo a fare Dio e proviamo a dare un giudizio.

Partiamo con le brutte notizie: 4 3 2 1 non è, probabilmente, il più eclatante caso letterario degli ultimi anni, a discapito dell’eco che ha sollevato e dell’entusiasmo (comunque meritato) con cui è stato accolto. Nonostante sia il romanzo con cui Auster ha riguadagnato una lucidità e una potenza che negli ultimi anni sembrava aver perso (e forse il primo con un numero di pagine sufficiente a rendere giustizia alla vena massimalista dell’autore), deve comunque vedersela con la freschezza e l’acume di altre opere uscite recentemente nel panorama letterario statunitense (vedi Lo Schiavista di Beatty o Città in fiamme di Hallberg).

Interviene in suo favore l’idea, azzecatissima, della struttura quadripartita; un espediente narrativo che dà un dinamismo e una profondità nuovi a una storia che di nuovo non ha molto (volendo fare un paragone cinematografico, il principio non è troppo distante dal montaggio di Memento, che rivoluziona e rende unica la struttura di un film con una trama abbastanza basica). Ma se si trattasse solo di questo, ancora non basterebbe. Mi tocca quindi contraddirmi e accantonare la presunta necessità di trovare ad ogni costo qualcosa di originale, perché l’anima di 4 3 2 1 potrebbe non essere quella.

La prima cosa che posso dire è che 4 3 2 1 è un’opera che consiglierei a  chiunque non abbia mai letto Auster. Nonostante la mole, nonostante l’impegno richiesto. Ed è anche un’opera che consiglierei a chiunque senta il bisogno di riscaldare il proprio amore per la lettura. Perché se Auster ha un grande merito, è quello di essere un narratore – un comunicatore – coi fiocchi. Sa creare intimità con il lettore – non alla Wallace, che  prima ti sfida a capirlo e poi, se sei all’altezza, si apre a te; è come fare quattro chiacchiere con un amico che ha una lunga storia da raccontarti. E la storia di 4 3 2 1 è ricca di tutto ciò che Auster ritiene importante: la letteratura come ancora di salvezza e, a volte, come trampolino di lancio; la musica, il cinema e ogni altro mezzo con cui si può arrivare a capire il mondo in cui viviamo. Emerge con tenera prepotenza l’importanza delle nostre relazioni con gli altri, vere e proprie tessere nel domino del caso: potrebbero sfiorarci e lasciarci indenni, oppure caderci addosso e dare il via a una catena di eventi. E questo fa tutta la differenza.

E questa storia ci viene raccontata tramite un personaggio che è a tutti gli effetti l’autore, al punto che il confine tra finzione e biografia spesso si perde (nel bene e nel male); Archibald Isaac Ferguson, personaggio in cui Auster si riflette e attraverso il quale ricorda, pensa, immagina, e comunica con noi.

Nicola De Zorzi