Botones commise l’ultimo crimine nove mesi dopo la sua morte; mentre era ancora in vita e scorrazzava libero per la Colombia, aveva assassinato trecentoventiquattro sprovveduti che ebbero la sfortuna o l’ardire di scontrarsi con la rabbia, le ambizioni o e armi che il bandito teneva sempre nascoste sotto i vestiti. Come ogni assassino che si rispetti, Botones continuò ad ammazzare quando già marciva al cimitero. Non dovette sprecare un’altra pallottola né pugnalare l’ennesima vittima né affaticare i polsi per impiccare il malcapitato. Gli bastò il mio umile aiuto. Fui io, coglione prima ancora di nascere, a lacerare le carni della partoriente e a causare l’emorragia che aggiunse un’altra vittima alla lista dei crimini commessi da questo ex caporale dell’esercito.

(Sergio Álvarez, 35 morti)

Il libro si apre così: con il protagonista che ci parla di eventi precedenti alla sua stessa nascita, narrandoci le ultime gesta del bandito Botones. Il criminale, ammazzando l’uomo che la  futura madre del protagonista avrebbe voluto sposare, getta – involontariamente – la donna fra le braccia dello spasimante finora rifiutato, permettendo così al nostro narratore di nascere.

Accusandosi di non essere altro che “l’ultimo crimine” del bandito, il narratore sembra accettare un destino simbolico: quello di portavoce di oltre tre decenni di violenza per la Colombia, quasi che il bandito abbia partorito nel sangue – o semplicemente preannunciato – un futuro disperato per il Paese.

Dal 1965 al 1999; quei trentacinque morti che dànno il titolo al romanzo sono altrettanti anni di storia della Colombia, parafrasati in questo modo perché carichi di morte e, probabilmente, morti nella Storia agli occhi del mondo.

Sergio Álvarez  (Bogotá, 1965) ha dedicato alla stesura del suo romanzo un lasso di tempo considerevole: dieci anni, passati a studiare, documentarsi, viaggiare per tutta la Colombia con lo scopo di decifrare gli ultimi decenni vissuti dal Paese, far luce sul mondo del potere, del narcotraffico, del popolo. Ne risultano circa quattrocento pagine di una narrazione corale e generazionale, offertaci non solo dalla voce del protagonista, ma anche da quelle di decine di comprimari che offrono una visione sfaccettata delle vicende narrate.

Una varietà tanto ampia di prospettive ha lo scopo di offrire un quadro generale della situazione colombiana nell’arco di tempo narrato nel modo più esaustivo possibile, offrendoci punti di vista diversi, spesso contrastanti, altre volte complementari. Ma, oltre a questo, dà al lettore la possibilità di evitare prese di posizioni facili e giudizi superficiali, permettendogli invece di empatizzare con l’anima di una Nazione e di un Popolo quantomai complessi, catturati in uno dei momenti più critici della loro storia.

 “Non può essere che l’esercito voglia fare fuori pure noi!, piagnucolò il presidente della Corte. Era così dignitoso, così ben vestito, aveva le mani così ben pulite e le parole ancora così piene di speranza che rimasi a guardarlo e capii che quel tizio era il presidente della Corte Suprema di Giustizia della Colombia, ma non aveva la più pallida idea di che razza di Paese fosse la Colombia.

La narrazione prende in sé elementi del romanzo famigliare, d’avventura, romantico e formativo-picaresco. Vediamo il protagonista, sempre anonimo in modo da essere una sorta di everyman, farsi ragazzo e poi uomo, cambiare stili di vita e ideali. Lo osserviamo cercare di far parte di una famiglia – che si tratti di una zia affettuosa oppure di una comune; lo vediamo abbracciare l’ideale comunista solo per vederlo andare in frantumi, osserviamo la sua odissea nei bassifondi e nelle università, nell’esercito, lo vediamo amare e perdere, lo vediamo, in più di un’occasione, sopravvivere alla morte dei suoi cari  Ne contempliamo la crescita, le illusioni e le disillusioni, ci troviamo a simpatizzare per lui e, a volte, a detestarlo – tale è l’abilità di Álvarez nel creare un personaggio in cui qualsiasi lettore possa identificare i propri umani difetti. E il protagonista di 35 morti è umano a tutti gli effetti: coinvolto nei tumultuosi eventi che si susseguono nel romanzo, dà l’impressione di esserne quasi sempre vittima, mai artefice. È, semplicemente il più classico esempio di uomo-sbagliato-al-momento-sbagliato (anziché essere un fattore scatenante, come accadeva per esempio a quel Saleem protagonista de I figli della mezzanotte di Salman Rushdie, romanzo al quale 35 morti si può accostare in più di una maniera).

E la sensazione che il libro lascia per la maggior parte della sua lettura – e che è meravigliosamente incarnata dal protagonista, è quella della speranza delusa: la sensazione che ogni progresso sia momentaneo, che ad ogni momento felice ne seguirà uno doloroso, e che ogni illusione dovrà infine cedere di fronte ad una realtà ben più dura.

 “Dall’ingenuità di credere di essermi procurato una famiglia, passai alla doppia ingenuità di credere che la mia famiglia fosse formata da un gruppo di eroi capaci di cambiare il mondo. Ma il mondo non vuole cambiare e i cambiamenti non li fanno gli eroi

Nicola De Zorzi