2666 non è un romanzo di cui sia facile parlare. Intanto perché non è un romanzo, ma cinque. Poi perché questi cinque romanzi, secondo la volontà dell’autore, potrebbero essere letti nell’ordine che si preferisce (il che la dice lunga sulla fruibilità della trama). Non è facile parlarne perché è l’ultimo romanzo a cui il cileno Roberto Bolaño lavorò, per cinque anni, prima di morire nel 2003; per tale ragione 2666 è visto come il suo testamento artistico e spirituale, oltre che come suo indiscusso capolavoro. Non è facile parlarne perché, semplicemente, è un romanzo di Bolaño. Chi lo conosce sa cosa intendo.

Volendo iniziare a mettere ordine, per chi non l’avesse letto, in ciò che è questo romanzo-mondo o romanzo-arcipelago, si potrebbe dare un’idea della trama di ognuno dei cinque libri (o parti) che lo compongono. L’edizione Adelphi con cui 2666 è stato introdotto in Italia, rispecchiando l’edizione spagnola, raccoglie tutte e cinque le parti in un unico volume.

Si inizia dalla Parte dei critici, in cui quattro studiosi di letteratura, concentrati sulla figura del misterioso scrittore tedesco Benno von Arcimboldi, cercano di seguirne le tracce fino in Messico, nella fittizia città di Santa Teresa, dove lo scrittore è stato (pare) visto per l’ultima volta. Segue poi la Parte di Amalfitano: si approfondisce un personaggio comparso nella prima parte, professore di filosofia  a Santa Teresa; si assiste alla sua progressiva perdita di lucidità e, in parallelo, alla crescente inquietudine per la serie di femminicidi, inspiegabili e irrisolti, che tormenteranno la città dall’inizio degli anni ’90. Nella successiva Parte di Fate un giornalista americano, inviato in Messico – sempre a Santa Teresa – per seguire un incontro di boxe, si troverà invece ad indagare sulla serie di assassinii di cui sopra e dei quali, nella Parte dei delitti, la più lunga, Bolaño offrirà un racconto dettagliato, agghiacciante e corale, un misto tra un referto medico ed un romanzo di Ellroy. Conclude il tutto la Parte di Arcimboldi, quasi una biografia apocrifa dello scrittore tedesco rimasto finora senza volto, che si ricollega in maniera circolare all’inizio del romanzo. Più o meno.

Più o meno, perché a contrapporsi alla fragile unitarietà del romanzo c’è un principio di dispersione, per il quale ogni tema affrontato in 2666 sembra rimanere irrisolto e, invece di chiudersi in un movimento ciclico o interrompersi come un segmento di retta, la narrazione sembra espandersi al punto di dare vertigine, sgretolarsi; ricorda in questo la concezione entropica della scrittura tipica di Pynchon. A questo proposito non mi sembra necessario e neppure corretto supporre che, se Bolaño avesse avuto più tempo per revisionare il libro, la struttura di quest’ultimo avrebbe avuto una maggore coesione nelle parti che la compongono, o un vero e proprio finale. Già ne I Detective Selvaggi, l’autore aveva dimostrato la propria abilità nello scrivere un romanzo che si sbarazzasse delle convenzioni di un intreccio basilare, un’opera nella quale le risposte non sono da aspettarsi nel finale, ma da ricercare come prove o indizi lungo tutta la lettura. Tanto per fare un paio di paragoni, al giorno d’oggi nessuno affermerebbe che L’arcobaleno della gravità o Infinite Jest siano romanzi incompiuti.

Questa dispersione o vertigine si manifesta tanto da un punto di vista tematico, quanto da quello stilistico. La struttura del romanzo dalla prima alla terza parte vede un crescendo di tensione proporzionale all’importanza che rivestono nella storia i femminicidi di Santa Teresa (che sono i femminicidi di Ciudad Juàrez, realmente verificatisi tra il 1993 e il 1998); tensione che poi esplode nella quarta parte.

Si trova qui il perno della narrazione, in due sensi. Primo, la parte centrale del romanzo può essere vista come un baricentro in cui la trama si intensifica, per poi rilassarsi (apparentemente) nella quinta ed ultima parte. Secondo, guardando le cose da un altro punto di vista e seguendo il suggerimento di lettura libera offerto da Bolaño, potremmo vedere la Parte dei Delitti come l’inizio del romanzo, da cui si diramano tutte le tematiche trattate. La prima che salta all’occhio è la presenza del Male. Banale a scriversi così, molto meno banale come la tratta Bolaño: a volte si tratta semplicemente del mal di vivere soggettivo che si fa specchio dell’universale. Altre volte, nella Parte dei delitti nello specifico, questo Male trascende l’individuo e l’interiore, e si palesa in una violenza insensata e ingiustificata: i femminicidi di Santa Teresa-Ciudad Juàrez – 370 lavoratrici delle maquiladoras locali scomparse e poi ritrovate morte – davanti ai quali le autorità non sono riuscite, apparentemente, a far nulla. Bolaño sembra concepire la serie di delitti come una malattia dalle cause solo sospettate ma mai diagnosticate, alla quale non è possibile trovare una cura.

Altra costante che risalta è la presenza, contrapposta a questo Male, di figure legate alla cultura. I protagonisti sono uomini e donne “di lettere”, che si tratti di critici o professori, scrittori o giornalisti. Sono figure inadatte ad affrontare la sfida che si prospetta loro: una ricerca insensata o impossibile, il cui oggetto, nel corso dei cinque romanzi, sembra potersi riassumere quasi sempre nel concetto di verità. Sembra che la cultura di cui queste figure si fanno portatrici agisca come inefficace cuscinetto di fronte all’oscurità del mondo esterno; pare che il pessimismo, già presente ne I Detective Selvaggi, nei confronti della cultura come improbabile ancora di salvezza per civiltà sull’orlo dell’autodistruzione, raggiunga nuovi livelli di disillusione.

Nei temi della cultura e della ricerca, 2666 rappresenta l’apice di una vera e propria mitologia latinoamericana (espressione a mio avviso azzeccatissima suggeritami da un amico) ideata da Bolaño: un universo di storie che si intrecciano, luoghi ripercorsi da personaggi diversi (che spesso ricompaiono in diverse storie) che si ricollegano. Formano un puzzle o un affresco il cui significato, sempre che ce ne sia uno, è nascosto nella coralità, in un immenso gioco di citazioni e autocitazioni. Santa Teresa compare, prima che in 2666, ne I Detective Selvaggi, che trova a propria volta un ulteriore approfondimento in Amuleto, mentre 2666 ha uno “spin-off” ne I dolori del vero poliziotto. In luoghi diversi, ma nello stesso universo tematico troviamo, ad esempio, La letteratura nazista in America, esteso poi nel romanzo Stella distante, e così via. Bolaño crea un mito che si espande, si approfondisce e si auto-insegue (un po’ come il Necronomicon di Lovecraft, se vogliamo), alimentando la nostra sete di risposte per poi lasciarla insoddisfatta.

Tra i tanti altri argomenti che si potrebbero trattare circa 2666 (molti, troppi per qualcosa di più piccolo di un saggio o di una tesi), ne rimane uno che è parte integrante del fascino che circonda il romanzo: il titolo.

Bolaño stesso non è mai riuscito a – o non ha mai voluto – dare una spiegazione al titolo, criptico del suo opus magnum. Naturalmente sono nate diverse teorie a riguardo: una data improbabilmente lontana, accennata nel romanzo stesso, così come ne I Detective Selvaggi e in Amuleto; un luogo fisico o un rimando al famigerato 666 dell’Apocalisse. Si vocifera addirittura di un’ideale sesta parte del romanzo, che avrebbe dovuto ambientarsi nel futuro; nell’anno 2666, appunto.

Un’ipotesi che non ho ancora trovato scritta da nessuna parte – ma non escludo che questo dipenda dalla superficialità della mia ricerca – potrebbe riguardare la Parte di Arcimboldi, quando lo scrittore si trasferisce a Venezia, per la precisione a Cannaregio, in Calle Turlona. L’indirizzo preciso non è mai nominato. Si dà però il caso che, non proprio in quella calle, ma in Calle del Forno, molto molto vicino, si trovi il civico 2666.

Nicola De Zorzi