Palermo 19 luglio 2017. È passato un quarto di secolo dalla strage di via D’Amelio dove è morto Paolo Borsellino e cinque componenti della sua scorta, Emanuela LoiAgostino CatalanoVincenzo Li MuliWalter Eddie Cosina e Claudio Traina. La macchina carica di tritolo, l’esplosione, il fumo intenso, pezzi di cadaveri ovunque, l’orrore annunciato. Nonostante diverse interviste e documenti esclusivi trasmessi in tv – molti dei quali manipolati, anche a detta di sentenze di mafia recenti (Dell’Utri) che hanno sottolineato l’importanza di certi estratti originali – siamo informatissimi sulle espressioni, le massime, e conosciamo a memoria l’immagine iconica dei due giudici e amici, Falcone e Borsellino. Ma è l’inesorabile abbandono di questi uomini di legalità che va sottolineato per comprendere come è potuto accadere il tragico evento del 1992 che oggi compie venticinque anni. Un abbandono, quello perpetrato ancora oggi, che è causa di corrosione, non solo strettamente siciliana, ma dell’intero sistema Italia.

Quando all’interno degli ambienti dirigenziali, fino ai funzionari statali meno retribuiti, s’infiltrano la corruzione e il malaffare mafioso (e di ogni specie e origine), la macchina amministrativa smette di assolvere alla propria funzione indirizzata alla collettività e giunge alla sovversiva particolarità. Accadono in un climax inarrestabile: il favore, il “malfunzionamento di un occhio”, il mancato provvedimento, la commistione tra l’imprenditore mafioso e l’uomo di politica, e così via innescando meccanismi sempre più grandi e dannosi per singole persone e soprattutto per un’intera comunità costituita sui valori dell’antifascismo e della democrazia. Perché questa commistione pericolosa è una dittatura degli affari criminali sulla macchina statale e perché la mafia non è democratica: favorisce alcuni piuttosto che altri, da a manciari a qualcuno piuttosto che a un altro, si sostituisce alla burocrazia costringendo alla propria “protezione”. Fu una domanda inevasa di sgombero della via D’Amelio dalle autovetture, rimasta ignorata per i venti giorni precedenti all’attentato, a consentire che quella Fiat 126 esplodesse proprio davanti a Borsellino. Una pratica non sbrigata su indicazione, un favore mafioso, un accordo ad alti livelli rimasto nell’ombra.

Che cosa è questa “mafia”? È un comportamento scorretto e sovversivo rispetto all’ordinamento democratico dello Stato. Ed è un’idea che si distrugge con un altro pensiero, altrettanto forte: la cultura della legalità. Fin quando quest’ultima non sarà più conveniente – per se stessi, per la comunità, per le proprie tasche, per il futuro dei propri figli – la mafia non si potrà sconfiggere. Perché non si tratta di un mito (ripensando ad “acute” analisi del passato in cui la mafia non esiste) e non si tratta propriamente di un nemico fisico: evasione fiscale e corruzione a più livelli fanno andare i colpevoli in carcere – anche se le pene andrebbero inasprite – ma il nemico più grande, il pensiero mafioso, rimane a piede libero.

Gli studi sul sicilianismo. Un’infinita letteratura di studi “antropologici” sulla storia isolana e sullo sviluppo del fenomeno mafioso (solo in partenza) in Sicilia nel corso della unificazione italiana e dalla nascita della Repubblica, ha tentato e tenta di circoscrivere il pensiero mafioso dentro una ragione – senza giudizi di merito, sia chiaro – sociale e umana. Secondo tali studi esiste, storicamente, una certa diffidenza e un certo pessimismo nella vita personale e pubblica del meridionale, una condizione emotiva che porta alla rappresentazione di uno spazio esterno ostile (S. Maffettone): il sicilianismo. Lo stesso Giovanni Verga vide nel progresso la frantumazione della società, della comunità, la distruzione dell’identità nel momento in cui il “tempo del progresso” – quello del capitalismo per intenderci – avrebbe irrotto nel “tempo circolare” della chiusura isolana.

Niente di speciale, per la verità, sul fatto che la tendenza ad accaparrare beni e ricchezze, sempre di più, a sfavore degli altri individui all’interno della comunità sia la realtà preponderante in cui viviamo. Il profitto miete vittime anche in Sicilia. Il dio denaro attrae l’uomo e ne fa artefice di sopraffazione e di indebito vantaggio sull’altro, a tutti i costi, anche se a morire devono essere persone che invece remano contro questa corrente di ingiustizia e avidità. È anche per questo motivo che la mafia è un’idea difficile da sconfiggere: supera gli ostacoli, burocratici, amministrativi, morali, umani. Viene inoltre confusa per il latitante di turno, additata erroneamente come la causa dell’arretratezza economica siciliana – un facile scaricabarile politico questo – o data per sconfitta, grazie a un clamoroso abbaglio storico di alcuni, solo durante il Fascismo.

Oggi la mafia è corruzione, collusione, favoreggiamento, contrabbando, estorsione, violenza fisica e psicologica. Era siciliana, ma come tutte le aziende più floride, si è globalizzata. Paolo, insieme a tutti gli innumerevoli uomini di legalità caduti – e tutti coloro che la combattono, siano essi comuni cittadini o personalità delle istituzioni – devono ancora vincere la sfida più grande: convincere che rispettare la legge conviene. E per farlo servono tante azioni concrete, dimostrazioni che i “cattivi” pagano e la pagano cara, non solo i miti, i boss da telefilm “sparatutto”. La memoria, le icone della legalità sono piccoli tasselli del complesso processo di riconquista della società, soprattutto quella che vive più in periferia e più facile da attirare nel facile profitto sotto il controllo mafioso. La Sicilia sarà malinconica e diffidente, ma non è immobile, storicamente e nel presente. Come ogni regione di uno stato unitario – la repubblica democratica italiana – non deve essere abbandonata a se stessa o relegata a miti e tradizioni ammuffite che la isolano e la rendono più isola di quanto già sia.