Gli inglesi hanno la mania della next big thing fin dai tempi dei Beatles, guardando ad ogni nuova band britannica sopra la media come a qualcosa pronto a deflagrare l’universo. Detto questo, nel 1997 pareva che ci fossero tutte le condizioni perché la promessa potesse avverarsi davvero. Ma mentre Blur e Oasis si sfidavano senza esclusione di colpi per la corona dei pesi massimi – ed i Chemical Brothers pubblicavano Dig Your Own Hole – dai Radiohead non ci si attendeva molto più di una conferma dopo il successo di The Bends. Quasi nessuno si sarebbe mai potuto immaginare che vent’anni dopo avremmo guardato a OK Computer come all’album capolavoro non solo di quell’anno ma forse dell’intero decennio.

Spesso la Storia è fatta di dettagli e coincidenze, circostanze favorevoli che nella disponibilità delle persone giuste conducono al trionfo. Nelle mani – baciate dal dio della musica – della band dell’Oxfordshire si trovavano allora un paio di assi decisivi. Dopo il boom del sophomore, per il terzo disco la Parlophone aveva sganciato 100000 sterline e dato completa carta bianca ai cinque. Un’autonomia che venne sfruttata in totale tranquillità per registrare e produrre – assieme all’ingegnere del suono Nigel Godrich – negli studi di casa, ad Abbey Road e soprattutto a Bath nella storica St. Catherine’s Court. L’isolamento permise più libertà di lavoro, terreno sempre fecondo per il talento.

In un contesto musicale più ampio, eravamo già nella fase calante del britpop il cui clamore aveva fatto comodo a molti, Radiohead compresi, i quali ora ponevano la prima pietra sulla tomba di quel movimento con un album audace, coraggioso ed assai ambizioso, in anni che rappresentarono la prima vera ondata di revivalismo. Sotto gli occhi e dentro milioni di orecchie, le atmosfere malinconiche del rock alternativo di OK Computer guardavano almeno due passi avanti rispetto ad immagini e sonorità che rievocavano i tempi dei nostri padri: se non era arte, era la cosa più vicina ad essa che si potesse immaginare.

Tutto ebbe inizio due anni prima, quando Brian Eno chiese ai Radiohead una canzone per il progetto di War Child, The Help Album, avendo indietro per tutta risposta Lucky. L’ispirazione venne dalla guerra in Bosnia ed Erzegovina ma successivamente il contenuto politico scemò in favore di un obliquo brano sulla paura di volare, vagamente ottimistico e di stampo pinkfloydiano. L’arrangiamento, il testo astratto, il sound stratificato (in aggiunta ad un uso parsimonioso dell’elettronica) costituivano i prodromi di quello che sarebbe stato il nuovo corso, marcando un deciso stacco rispetto al passato. Venne poi il turno di Exit Music (For a Film), composta per i titoli di coda di Romeo + Juliet di Luhrmann e naturalmente influenzata dall’opera shakespeariana. Epica e tragica, è tutt’ora perfetta in ogni singola nota del climax che ne costituisce l’ossatura mentre ad un orecchio allenato non sfuggirà l’utilizzo del mellotron, capofila della nuova strumentazione di cui beneficiarono in particolare Ed O’Brien e Jonny Greenwood.

Nel disco pubblicato il 21 maggio 1997, l’isolamento emozionale anticipato da Exit (“We hope your rules and wisdom choke you”), trovava compimento in No Surprise – una cantilena gentile e pungente registrata in una sola ripresa, in cui il glockenspiel scandisce l’insoddisfazione e l’apatia del protagonista (possibile) suicida – ed in Climbing Up The Walls, momento purissimo di ossessione noise e metallica, arricchito da una sezione d’archi di 16 strumenti derivata dai lavori di Penderecki. Qui la voce atona e distorta di Yorke – all’epoca ancora eclettica e varia nei registri – è l’ideale rappresentazione dell’alienazione sociale della cosiddetta Generazione X di cui lo stesso cantante fa parte; una tematica che in OK Computer è fondamentale quanto trasversale.

Per esempio, in Subterranean Homesick Alien – al di là del riferimento nel titolo a Dylan e più in generale al Miles Davis di Bitches Brew – si fantastica di rapimenti alieni che possano dar senso ad un’esistenza altrimenti insulsa; nella superba dissonanza in crescendo di Let Down l’obiettivo si sposta sulla mancanza di controllo e sulla banalità del sentimentalismo (“Don’t get sentimental it always ends up drivel”), tra arpeggi multipli e wall of sound alla Spector; infine, la celeberrima Karma Police e The Tourist creano un meraviglioso mini-universo beatlesiano, dove al sotteso carattere violento della prima (“This is what you’ll get when you mess with us”) – in cui riecheggia il piano di Sexy Sadie – risponde l’arrendevolezza della seconda, un valzer blues dilatato e volutamente svuotato che osserva la frenesia moderna attraverso i lucidi occhiali del Lennon di I’m Only Sleeping (“Ehy man slow down, idiot slow down”).

Discorso a parte per Paranoid Android, il singolo che annunciò al mondo i nuovi Radiohead. Questa lunga suite in 4 parti divenuta ormai un classico assoluto, oltre a tagliare i ponti con le atmosfere deprimenti e morbose di The Bends, apre timidamente uno squarcio sul turbamento politico di quel periodo (“When I am king, you will be first against the wall”). A riguardo sono evidenti le influenze tra gli altri di Noam Chomsky, Jonathan Coe ed Eric Hobsbawm, senza i quali sarebbe stato impossibile un brano come Electioneering, che trasforma lo squarcio in una voragine dentro cui precipitare dieci anni di politiche inglesi sulle tasse, con un furore che ricorda i tempi di Pablo Honey.

Vale la pena soffermarsi su un aspetto basilare: l’ironia con cui vengono affrontati questi temi piuttosto scomodi è stata anche la chiave per superare possibili cortocircuiti. Il paradosso di OK Computer, che criticava l’impatto socio-psicologico delle nuove tecnologie mentre musicalmente ne sfruttava i risultati, fu così risolto sia in Airbag – dove accanto alla drum machine svetta la sezione ritmica di Colin Greenwood e Phil Selway – sia nella finta ghost-track Fittier Happier, episodio di musique concrète dove una voce sintetizzata seppellisce ciò che rimane della filosofia yuppie mettendo ingegnosamente a nudo le contraddizioni dei 90’s tramite i suoi stessi slogan.

In un decennio sospeso a metà tra nostalgia e sperimentazione i Radiohead composero una pietra miliare futuristica ed anti-moderna allo stesso tempo, ponendo una linea di confine – fino ad ora invalicata – all’evoluzione di un genere che da tempo non è più il fulcro culturale né commerciale del mondo. Un album definitivo, ricco di intuizioni che in seguito si sarebbero avverate e dopo il quale la stessa band – per continuare a progredire – dovette mettere da parte le chitarre e scegliere la strada dell’elettronica. Se è vero che il rock ciclicamente muore, OK Computer ne è stato l’ultimo funerale. Celebrato dal genio sconfinato di cinque musicisti che venti anni or sono non avverarono soltanto la profezia della ‘prossima cosa grossa’ ma mossero i primi passi per diventare i Beatles della nostra generazione.